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Dwight Yorke
Dwight Yorke, tutto ha inizio in un cestino

David Platt sorride e scuote la testa. Nonostante i trofei vinti e le medaglie conquistate, nella sua testa l'immagine di Dwight Yorke resta legata a quel folle spettacolino che l'attaccante trinidadiano inscenava nel corso dei suoi primi allenamenti con l'Aston Villa. «Giochetti stupidi», pensava l'allora capitano dei Villains, incuriosito dall'allegria con cui quel giovane talento caraibico restava da una parte, mentre in piedi dentro ad un cestino teneva il pallone in equilibrio con la testa. Palleggiava, lo faceva rotolare sulla fronte, lo baciava e lo rimandava indietro. Una, due, tre, decine di volte.

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roy keane
“Il secondo tempo”, Roy Keane come (non) te lo aspetti

Quando mi hanno regalato "Il secondo tempo", di Roy Keane e Roddy Doyle - si poteva fare una scelta più azzeccata - non avevo in mente di scriverne. Non perchè fossi scettico, anzi. Sapevo di avere tra le mani qualcosa di diverso dalla biografia del solito calciatore che dopo il ritiro cerca in tutti i modi di risultare interessante, magari raccontando storie di scarsissimo interesse sportivo. Ma per quanto apprezzassi Roy Keane per la sua passione per il calcio e per la sua schiettezza, mai avrei pensato di rimanere tanto sorpreso da questo libro. Più che Keane, in queste 320 pagine magistralmente messe insieme dalla sapiente penna di Roddy Doyle - c'è Roy, che ti si mette seduto di fronte e ti racconta la seconda parte della sua vita.

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fowler
Robbie Fowler, dalla parte giusta

A volte c'è bisogno di scegliere, tra quello che sei e quello che vorrebbero tu fossi. Tra il mondo in cui vieni e quello in cui sei approdato. Tra Toxteth, sobborgo di Liverpool dove crescere in fretta assume i caratteri della necessità, e il calcio patinato, quello delle copertine e dei grandi marchi, dello show business in cui, se vuoi esserci, non devi mai uscire dal seminato. Robbie Fowler lo sa, se non fosse stato per quel dono casualmente concessogli da madre natura, quella vita da sogno non sarebbe mai stata la sua. È giovane, ricco e con una passione smodata per le donne e per i club, vizi che coltiva assiduamente insieme al suo amico di sempre, a quel Steve McManaman che da una vita condivide con lui lo spogliatoio, il prato di Anfield e la vista dell'alba dopo una notte non proprio degna di un calciatore professionista.

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Lacrime e rabbia, essere Ian Wright

Nel giro di un attimo, la sera del 12 aprile 1994 il mondo gli è completamente franato addosso. Quel cartellino giallo, mostratogli dall'arbitro senza troppi complimenti, rappresenta la sentenza definitiva: Ian Wright non giocherà l'eventuale finale di Coppa delle Coppe. Mani in testa e corpo piegato sulle ginocchia, l'attaccante inglese non regge il colpo, e qualche lacrima gli scende sul viso. Provocato per tutta la partita, alla fine ha reagito. Il fallo c'è, il giallo pure, ma i difensori del Paris Saint-Germain lo sapevano, conoscevano i lati deboli del suo carattere e l'hanno provocato. E ci sono riusciti. Il pubblico d'oltremanica non capisce, pensa alla solita scenata della primadonna che non accetta la sacrosanta decisione dell'arbitro. Ma che ne sanno loro cosa significhi veramente essere Ian Wright?

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Alan Shearer, riportando tutto a casa

Inizierò da qui, da quando è partito inseguendo un sogno ed un pallone. Un sogno che era qui, mentre lui se ne andava. Sapeva cosa stava facendo, l'ha sempre saputo, e forse è per questo che parlare di Alan Shearer viene sempre così difficile. Su di lui il materiale non abbonda, e spesso si basa su leggende metropolitane, emerse nel corso del tempo per dare un tocco di colore ad una vita e una carriera tremendamente razionali e semplici da descrivere: impegno, determinazione e grinta. E passione, tanta, per ogni squadra con cui ha giocato. Dagli esordi al Southampton allo scudetto con il Blackburn, Shearer in campo ha sempre dato tutto, tenendo costante un impegno che l'aveva guidato da bambino tanti anni prima, quando con la maglietta del Wallasend Boys Club sognava di eguagliare le gesta di Kevin Keegan.

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Matt Le Tissier, la dura vita di un Dio di provincia

Luci spente, ad illuminare la sala ci sono solo i suoi gol, proiettati sullo schermo. Matt Le Tissier li guarda affascinato, sorride, nascondendo a fatica una travolgente emozione. E, sia chiaro, a farlo sussultare non è la pregiata fattura dei colpi, una serie di 198 sfide all'impossibile regolarmente vinte per k.o. E tutto sommato, non è nemmeno l'intervista che sta per rilasciare, o il documentario che di lì a poco gli verrà dedicato. Anzi, a dire la verità, di quello gli interessa veramente poco. Le Tissier si è sempre rifiutato di mettere la sua vita sotto i riflettori, tanto da aprire la sua autobiografia con la precisazione che della sua sfera privata non avrebbe raccontato nulla ("It's Tiss and Dell, not Kiss and Tell").

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Cantona all’Inter, un sogno da quarta elementare

Questa è una storia che parla a tutti quelli che, nei primi anni ’90, erano contemporaneamente bambini e appassionati di calcio, per i quali sognare l’arrivo di un campione nella propria squadra non era un buon motivo per essere presi in giro. Ma, allo stesso modo, si rivolge a chi nel pallone ha sempre visto qualcosa in più di 22 miliardari che rincorrono un pezzo di cuoio. Questa è la storia di Cantona all’Inter.

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