Tags: Mondiali

cruijff
La parte migliore degli anni settanta

"È morto Johan Cruijff". Me l'ha detto un collega, nel primo pomeriggio, come un rimbalzo sordo tra la noia e i tramezzi. "Era forte, vero?", è stato il suo secondo segnalibro. Lui ha dieci anni più di me, e anche se non coltiva la mia stessa passione per ciò che odora di canfora ed erba, sono convinto esistano veroniche, dribbling e palloni che ognuno dovrebbe conoscere a memoria. Come i sette re di Roma. O l'Adidas Telstar, il pallone dei mondiali del 1974.

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Carlo Perigli / 1
d'souza
Neville D’Souza, la primavera indiana del 1956

Eppure, quando la sua figura era apparsa per le strade Melbourne, il primo dicembre 1956 per una piccola gita turistica, nessuno gli aveva dato troppo peso. Anzi, all'inizio era stato scambiato per un non meglio identificato giocatore di hockey, con il fraintendimento che in pochi attimi aveva lasciato spazio all'ilarità, provocata da quella sua convinzione forse troppo candidamente esplicitata: "Vedrete, stasera batteremo l'Australia».

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Simone Cola / 0
Panenka
La guerra di Panenka

E così siamo arrivati all'ultimo rigore. La corazzata tedesca ha subito e sofferto il doppio svantaggio, ma alla fine è riuscita a rimontare. Due a due, con la finale degli Europei del 1976 che, per la prima volta nella storia, verrà decisa ai calci di rigore. I cecoslovacchi, autentica rivelazione del torneo, li hanno messi dentro tutti, mentre la Germania Ovest è stata "tradita" da Ulf Hoeness, che ha spedito il pallone alto. Tuttavia, sarebbe ingiusto attribuire la colpa di questa sgradevole situazione al numero otto della compagine teutonica. Semmai, a sbagliare fu la Nazionale tedesca tutta. Troppo sicura di sè, dei suoi mezzi, del titolo mondiale vinto due anni prima e di quello europeo del 1972.

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Carlo Perigli / 0
Garrincha
Garrincha, la corsa di una gamba a raggiungere l’altra

La corsa di una gamba a raggiungere l'altra «Gol». Anzi «Goll». Insegue la palla, fa centro e grida: «Goll». Da mattina a sera, la palla sbatte contro il muro ed entra nella porta del garage del nonno. «Goll», e tutti restano incantati dalla luce del suo sguardo. Tre anni appena, la maglia gialla del Brasile sempre sulle spalle, ricci fitti e neri e occhi verdi. Manoel non fa altro tutto il giorno. Colpisce, rincorre, dribbla e segna. Segna sempre. L’unica parola che dice, non la dice nemmeno bene. Una G, una O e due L. Quella L di troppo che è la disperazione della mamma ma non del nonno.

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Claudia Moretta / 0
heleno de freitas
Heleno de Freitas, maledetto fu il Mondiale del 1958

Le scorribande di Garrincha, le invenzioni di Didì, e poi i gol, cinque, firmati da Pelè, Vavà e Zagallo. Alle ore 13 del 29 giugno 1958 il Brasile scende in strada per festeggiare la conquista della prima Coppa Rimet, ponendo così fine a quasi trent'anni di snervante attesa. Una vittoria roboante, che umilia la Svezia del Gren-No-Li e mostra al mondo la spumeggiante bellezza del futbòl carioca. Eppure, sembrerà strano, ma per qualcuno in Brasile il triplice fischio dell'arbitro rappresenta l'atto finale di un'inaspettata tragedia. Lo sguardo fissa lo schermo, i pugni sbattono violentemente sul tavolo, mentre una lacrima abbandona quegli occhi furiosi per solcare lentamente un viso contratto dall'ira. Dalla casa di cura per malati terminali di Barbacena, Heleno de Freitas vive il giorno più brutto di una vita che troppo presto gli ha voltato le spalle.

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Simone Cola / 0
sekularac
La notte in cui parlai con Sekularac

Stanotte ho parlato con Sekularac. L’ho incontrato per caso, in una fredda mattina belgradese, nel cuore del parco Tasmajdan. Non c’è da stupirsi, ci sono stati anni in cui era solito trovarsi là. Calcio d’estate e hockey d’inverno, quando la capitale serba resta assopita per via della neve. La domanda, semmai, è cosa ci facessi io a Belgrado, a subire il vento sferzante che senza sosta percorre le strette vie che da Trg Republike portano alla Chiesa di San Marco. Probabilmente chi vive qui non se ne accorge, ma il freddo belgradese ti entra nelle ossa, un po’ come quella dolce malinconia che il cielo bianco sparge sulla città. Le ho provate entrambe tutte le volte che sono stato a Belgrado. Quattro in tutto, sempre lo stesso giorno, sempre negli stessi posti. Quest’anno no, quest’anno ho deciso di non partire. Ho pensato che altrimenti rischierebbe di diventare un’abitudine, e la prima regola da rispettare quando tieni a qualcosa è fare in modo che non lo diventi. Mai.

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Carlo Perigli / 0
guerrero
Julen Guerrero, amore vero

Elegante e triste, come sempre ormai, osserva dalla panchina la sua squadra soccombere per 3-0 contro l'Osasuna. Quando l'Athletic perde, Julen Guerrero soffre. Come gli altri, anzi no, il suo è un sentimento che viene difficile paragonare anche con le altre bandiere che hanno deciso di legare il loro nome ad una squadra. È un'altra storia, perchè Guerrero è cresciuto a Bilbao, dove il calcio è la sublimazione sportiva dell'amore verso la propria terra. Lui è il capitano basco di una squadra di baschi, la rappresentazione di un sentimento di appartenenza che - per chiarezza - niente ha a che vedere con i rigurgiti xenofobi che altrove cercano di vantare impossibili "parentele".

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Carlo Perigli / 0
okocha
Jay-Jay Okocha, le origini della danza

È il 31 agosto 1993, quinta giornata della Bundesliga. L’Eintracht Francoforte sta battendo i rivali del Karlshue per due a uno, quando Toppmoller, allenatore dei padroni di casa, gli fa segno di levarsi la tuta per entrare in campo. «Ora vai dentro e tieni il pallone, dobbiamo guadagnare minuti». Okocha annuisce e si toglie la casacca, con il numero 12 che si scopre sulle spalle. Non è il numero che sognava, ma per ora non gli dà molta importanza. Pensa che la panchina gli stava stretta, che avrebbe voluto giocare dall'inizio, e che nei pochi minuti che rimangono vuole fare di tutto per conquistare la Germania con la sua danza tribale.

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Carlo Perigli / 0
abreu
Sebastian Abreu, l’ossessione per la cavadinha

«Tocca al Loco - esclama tra il preoccupato e il divertito il telecronista - Ti prego, non mi dire che lo fa!». El loco, al secolo Washington Sebastian Abreu. Tocca a lui battere il quinto rigore. Tocca a lui, ultimo ad andare dal dischetto, decidere se l'Uruguay andrà in semi-finale. Sono i quarti di Johannesburg, del mondiale sudafricano del 2010, una partita che per qualche minuto abbiamo pensato non dovesse finire mai. Dalla "parata" di Suarez, che si improvvisa portiere allo scadere dei supplementari, alla traversa dal dischetto di Gyan Asamoah, con il Ghana che non era mai stato così vicino ad essere la prima squadra africana tra le quattro grandi. Poi la lotteria dei rigori, dove Muslera si supera e, insieme ai tiri di Mensah e Adylah, respinge tutte le critiche riservategli dalla stampa sudamericana. E ora dal dischetto ci va lui, uno dei tanti "El Loco" prodotti da quel vivaio infuocato chiamato America Latina.

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Carlo Perigli / 1
jugoslavia
Come uccisero il Brasile d’Europa (parte III)

Il 12 settembre 1990 la Jugoslavia inizia le qualificazioni agli Europei del 1992, battendo l’Irlanda del Nord per 2-0. Quello degli slavi del sud è un cammino implacabile, che porterà la Nazionale a passare agevolmente il girone, vincendo 7 delle 8 partite, con 24 gol realizzati e solamente 4 subiti. Oltre a Davor Suker, la Jugoslavia inizierà ad amare anche Darko Pancev, implacabile attaccante che vincerà la classifica marcatori con 10 gol. Numeri impressionanti, stracciati da una storia fatta di nazionalismi, guerre e interventismo occidentale, che spazzeranno via ogni aspetto della società jugoslava, calcio compreso.

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Carlo Perigli / 0