Tags: Liga

romario
Romario, i tre atti del malandro

L'atmosfera è tesa. Bobby Robson utilizza il tono solenne delle grandi occasioni, mentre Frank Arnesen traduce dall'inglese allo spagnolo. In quella stanza, a ridosso del campo di allenamento del Psv Eindhoven, nessuno parla portoghese, e il brasiliano con le lingue straniere non ha mai avuto un grande feeling. Un po' come con tutte le cose che richiedessero un minimo di impegno. «Romario - esordisce Robson - la devi smettere di andartene dal campo di allenamento, e sopratutto devi metterti in testa che il venerdì sera non puoi uscire». È l'ennesimo incontro tra i due, conviventi sotto lo stesso tetto ma abitanti di due mondi completamente agli antipodi.

Read more
Carlo Perigli / 0
riquelme
Juan Román Riquelme, vettura numero Diez

Se non avesse fatto il calciatore, secondo me Juan Román Riquelme sarebbe stato un autista. Un ottimo autista, se non il migliore, di certo quello che avrei scelto per fare un viaggio. E dire che i suoi genitori, quando nell'estate del 1978 venne al mondo, avevano tutt'altri piani. La madre non aveva dubbi, avrebbe fatto in modo che il nome di suo figlio richiamasse quello di J.R., affascinante - almeno per milioni di donne - personaggio lanciato da una popolare soap opera statunitense, che proprio in quel periodo esordiva nei teleschermi di tutto il mondo. Lingua tagliente e ambizione da vendere, per tredici lunghi anni il cattivo di Dallas ha ipnotizzato un pubblico sconfinato, che giorno dopo giorno restava ammaliato di fronte al tubo catodico. La signora Riquelme, forse, cattiveria cinematografica a parte, lo avrebbe voluto così: un protagonista a suo modo, un personaggio complesso e affascinante, dal quale, che ti fosse piaciuto o meno, presto o tardi non saresti riuscito a staccare gli occhi. Anche Ernesto, il signor Riquelme, aveva progettato accuratamente i suoi piani in vista dell'arrivo del piccolo Juan Román.

Read more
Carlo Perigli / 0
guerrero
Julen Guerrero, amore vero

Elegante e triste, come sempre ormai, osserva dalla panchina la sua squadra soccombere per 3-0 contro l'Osasuna. Quando l'Athletic perde, Julen Guerrero soffre. Come gli altri, anzi no, il suo è un sentimento che viene difficile paragonare anche con le altre bandiere che hanno deciso di legare il loro nome ad una squadra. È un'altra storia, perchè Guerrero è cresciuto a Bilbao, dove il calcio è la sublimazione sportiva dell'amore verso la propria terra. Lui è il capitano basco di una squadra di baschi, la rappresentazione di un sentimento di appartenenza che - per chiarezza - niente ha a che vedere con i rigurgiti xenofobi che altrove cercano di vantare impossibili "parentele".

Read more
Carlo Perigli / 0