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L’amore ai tempi di Baka Sliskovic

Aveva scelto Pescara anche perché dalla finestra del suo nuovo appartamento poteva provare a vedere il suo Paese, la sua casa Era là, oltre quella lingua d'acqua chiamata Mar Adriatico, bella e affascinante come sempre, madre premurosa di tenere uniti i suoi figli, così diversi e così uguali. Blaz Sliskovic, per tutti Baka, veniva da Mostar, amava la sua terra e amava il mare. Spalato, Marsiglia e ora Pescara, le città costiere gli mettevano allegria. E, tutto sommato, gli permettevano di coniugare il calcio con le altre passioni della sua vita: la notte, i locali, le donne, Baka non poteva farne a meno. Capita quando si è ventenni, in ritiro con l'Hajduk Spalato, e ci si innamora di una ginnasta sovietica. Lì le possibilità sono due: se la testa non sceglie, lo farà il cuore. E Sliskovic su questo non ha mai avuto dubbi, tanto da sparire nel nulla per quasi un anno dietro ad un amore che forse tale non era, ma che era nella sua indole seguire fino alla fine.

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Come uccisero il Brasile d’Europa (parte III)

Il 12 settembre 1990 la Jugoslavia inizia le qualificazioni agli Europei del 1992, battendo l’Irlanda del Nord per 2-0. Quello degli slavi del sud è un cammino implacabile, che porterà la Nazionale a passare agevolmente il girone, vincendo 7 delle 8 partite, con 24 gol realizzati e solamente 4 subiti. Oltre a Davor Suker, la Jugoslavia inizierà ad amare anche Darko Pancev, implacabile attaccante che vincerà la classifica marcatori con 10 gol. Numeri impressionanti, stracciati da una storia fatta di nazionalismi, guerre e interventismo occidentale, che spazzeranno via ogni aspetto della società jugoslava, calcio compreso.

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Come uccisero il Brasile d’Europa (parte II)

Il calcio, almeno da parte di chi lo gioca, per il momento prova a rimanerne fuori. Se dal 1989 le sei Repubbliche accelerano il processo di allontanamento dalla Federazione, la Nazionale rimane coesa. Così, mentre sulla scena politica ed economica iniziano ad affacciarsi i partiti nazionalisti e l’economia liberista, la selezione che si appresta a viaggiare verso l’Italia rimane fedele alla sua identità jugoslava. I giovani sono cresciuti e ora affiancano senatori del calibro diStojkovic, Savicevic e Katanec

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Come uccisero il Brasile d’Europa (parte I)

Sguardi persi nel vuoto, molti piangono, qualcuno addirittura per il nervosismo rigetta la cena. É la sera del 1 giugno 1992, il Brasile d’Europa è stato appena ucciso da un fax proveniente da Berna. Brasile d’Europa, così veniva chiamata laNazionale di calcio jugoslava verso la fine degli anni ’80, per via di quello straordinario catalogo di estro e fantasia con cui quella generazione faceva sognare un Paese intero, da Lubiana a Skopje.

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Dragan Stojkovic, il grande rifiuto nella notte di Bari

29 maggio 1991, al San Nicola di Bari va di scena la finale della Coppa dei Campioni. Di fronte all’Olympique Marsiglia, l’armata francese guidata da quel “killer” di Jean-Pierre Papin, c’è la Stella Rossa di Belgrado, un gruppo di ragazzini terribili, folli, guidati ad un mix di tecnica e incoscienza che li porterà dritti nell’olimpo del calcio. È la generazione di Savicevic e Mihajlovic, di Prosinecki, Jugovic e Pancev, ma è sopratutto la squadra segnata dal mito di Dragan ‘Piksi’ Stojkovic, tra i giocatori più amati della storia del club belgradese.

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“La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”

È il pomeriggio del 4 maggio 1980, al Pojiud di Spalato va di scena una delle partite più importanti della Prva Liga. I padroni di casa dell’Hajduk stanno affrontando la Stella Rossa di Belgrado, una sfida particolarmente sentita da più punti di vista. I croati, campioni in carica, dopo una stagione altalenante cercano di qualificarsi per la Coppa Uefa, mentre i serbi inseguono lo scudetto dopo due anni di digiuno. Croati contro serbi, all’epoca importava meno

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Dragan Mance, quel sogno chiamato Partizan Belgrado

Ulica Dragan Mance, in italiano “Strada Dragan Mance“, è una via di Belgrado, allo stesso tempo tra le più famose in Serbia e tra le più sconosciute nel resto del mondo. È una via leggermente defilata dal centro città, che, partendo da Bulevar kneza Aleksandra Karađorđevića, accompagna i sostenitori del Partizan Belgrado verso il loro stadio. Un percorso preciso, voluto fortemente dai tifosi, e approvato recentemente dal consiglio comunale di Belgrado per ricordare una storia d’amore, bellissima quanto tristemente corta, che ha avuto per protagonisti il Partizan e Dragan Mance.

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Dragan Dzajic, il miracolo dei Balcani e l’inchino di sua maestà

Se c’è una cosa che mi piace del calcio, è il suo essere una fonte inesauribile di storie da raccontare. Un campionato, una partita, a volte anche un’azione, può essere una fonte inesauribile di racconti, la cui diffusione permette ai protagonisti di rimanere impressi nella memoria di questo fantastico sport. Allo stesso tempo però, accade che alcuni di essi, nonostante nel corso della loro carriera si siano resi protagonisti di eventi memorabili, finiscano nel dimenticatoio, insieme alle loro imprese, alle loro giocate e alle folle che ne acclamavano il nome.

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