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del piero
Estati, rivincite e tiri a giro

Prima parte (Estate 1995) La Juventus, guidata da Marcello Lippi e reduce dalla doppietta Campionato - Coppa Italia, decise di privarsi del più forte giocatore italiano di quella decade, Roberto Baggio, scommettendo su di un ragazzino che non aveva ancora compiuto 21 anni. Il giocatore in questione aveva già palesato qualche lampo di classe fuori dall'ordinario [chi non ricorda un suo pallonetto al volo contro la Fiorentina? n.d.A.], ma la decisione della dirigenza bianconera venne accolta con scetticismo dalla tifoseria e dagli addetti ai lavori.

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admin / 0
«Hai sentito? Stasera giocano i ragazzini»

«Hai sentito? Giocano i ragazzini». Così, all’improvviso. Il caffè mi va di traverso e comincio a tossire. Ho fretta di parlare. «Cazzo dici? E perché? Ma il mister lo sa che giochiamo contro l’Inter. È impazzito forse?» Gli dico sputacchiando qua e là. «Non c’è molta scelta, tra squalifiche e infortuni. Giocano i ragazzini. Sarà molto dura stasera. Quasi quasi resto a casa».

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matthaus
Die Sehnsucht des Lothars: ode a Matthäus

Il classico gioco dei luoghi comuni sui vari popoli ci porta a considerare i tedeschi come persone efficienti, quadrate, fredde; in una parola, serie. Niente di più sbagliato, come sempre quando si generalizza. Questa concezione del teutonico glaciale e quasi incapace di provare emozioni è infatti stata smentita più volte dalla storia e, soprattutto dall’arte. Basti pensare al movimento letterario dello “Sturm und Drang” (“Tempesta e impeto”), sorto nella seconda metà del ‘700, e poi sfociato nel Romanticismo. La rivalutazione dell’irrazionalità, del sentimento e più in generale della dirompente forza emotiva dell’interiorità è riconducibile ad una parola centrale nel movimento romantico, in Germania come nel resto del mondo: Sehnsucht.

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Lorenzo Latini / 0
Rizzitelli
Ruggiero Rizzitelli, quelle lacrime sono la Roma

A Roma di campioni ne abbiamo visti pochi, nel corso di questi novant’anni. Abbiamo visto, invece, molti mestieranti, per così dire: professionisti che non erano i Falcao, i Batistuta, i Totti e i Conti. Eppure li abbiamo amati. Non tutti, sia chiaro. Ma quelli che hanno dato l’anima per la maglia, quelli che si sono sempre battuti al di là delle loro doti tecniche, noi tifosi non li dimentichiamo. La Roma degli anni ’90 non è mai stata competitiva per lo Scudetto: il massimo che sia riuscita a fare è stata raggiungere una finale di Coppa UEFA e vincere una Coppa Italia. Anno domini – per entrambe – 1991.

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Lorenzo Latini / 0
baggio
Roberto

Affinità e divergenze fra il Divin Codino e noi al conseguimento del mezzoRoberto Baggio è una fenice. Brucia, muore e da quelle ceneri risorge. Quello più famoso l'ha fatto una volta, Roberto Baggio ben quattro. Prima volta: ha deluso tutti, è andato a Torino, lasciando la Fiorentina. E' vero c'erano tanti soldi di mezzo e la possibilità di vincere, ma ha comunque tradito i suoi tifosi. E' il 6 aprile 1991, la Fiorentina vince 1-0 gol di Fuser. Rigore per la Juventus. Baggio non lo vuole tirare, viene sostituito. Calcia De Agostini: sbaglia. Mentre esce Roberto raccoglie una sciarpa viola. La pace è fatta. Seconda volta: l'Italia, che fino ad allora ha fatto poco meno che ridere, è sotto di un gol con la Nigeria. secolo di età

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admin / 0
petrini
Carlo Petrini, chiedere scusa è coraggio e amore

Alzo le mani. Mi volto a destra e a sinistra. Sono disarmato, sono sconfitto, sono sotto accusa. Non riesco a mandare la palla in rete. Una maledizione. Un incantesimo. Ogni passaggio è fuori misura, ogni appoggio scarso, ogni tentativo di tiro goffo. Sono in mezzo al campo, sperso e solo. Alzo gli occhi e vedo il pubblico, i tifosi, le bandiere che sventolano in un’onda minacciosa. Mi odiano. Lo sento, lo percepisco. Mi odiano. Sono un attaccante che non serve a nulla, incapace, inconcludente. Come faccio ora? Cosa faccio? Come riconquistare la loro fiducia e in fondo anche la mia?

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Claudia Moretta / 0
signorini
Gianluca Signorini, essere capitano

D'altronde, Bruno Lauzi e Paolo Conte ci avevano avvertito, Genova è un posto dal quale non sei mai sicuro di tornare veramente. È una città particolare, non è raro capitarci per caso e lasciarci il cuore. Genova è empatica, ti racconta di lei e delle sue mille storie, dei suoi vizi e delle sue virtù, mettendo perfino in discussione, come ebbe a dire Fabrizio De André in un celebre concerto, «cosa sia esattamente la virtù, e cosa sia esattamente l'errore». Genova non conosce storie banali, non racconta episodi fine a se stessi, Genova fa ridere, piangere, fa riflettere. Genova ti fa innamorare, e di lei un giorno si innamorò Gianluca Signorini, giovane difensore di belle speranze arrivato in città nell'estate del 1988. Il suo nome era finito in cima alla lista scritta sul taccuino di Franco Scoglio, un eroe in terra messinese fresco di stage dal colonnello Lobanovskyj.

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Carlo Perigli / 0
mazzola
Sospiri finiti

Ho un numero limitato di respiri. Di sospiri poi, ancor meno. Li faccio tutti lentamente, con cadenza regolare. Dispiaceri o piaceri per me sono proibiti. Se la mia vita fosse tracciata come quando si fa un elettrocardiogramma, sarebbe piatta. Nessun picco, né in alto né in basso. La chiamano tranquillità. Quando gioco con i miei cugini, gli unici ammessi a casa mia, e solo per poche ore, mia mamma mi ripete all’infinito di stare calmo, di non eccitarmi troppo, di non lasciarmi trasportare dalle emozioni. E loro, poveri, sono istruiti allo stesso modo. Si annoiano, lo vedo, lo percepisco.

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Claudia Moretta / 0
Totti
“A Roma c’è il Colosseo, San Pietro e poi Totti”

Francesco Totti, per me, c’è sempre stato. Era poco più che un ragazzino quando mi innamorai della Roma. Fu un giorno bellissimo e triste, tipicamente giallorosso: erano i quarti di Coppa Uefa, avevamo perso 2-0 a Praga contro lo Slavia. Andammo sul 2-0, poi ai supplementari segnammo il terzo gol, ma a pochi minuti dalla fine un tiraccio di un ceco ci buttò fuori. E io, per la prima volta, piansi per la Roma. Era in campo da titolare due settimane dopo, quando convinsi mio padre a portarmi allo Stadio Olimpico: giovane diciannovenne di belle speranze svezzato da Mazzone, fornì un assist a Moriero e vincemmo 2-1 e mentre tornavo di casa mi sentivo il bambino più felice del mondo. Avevo visto la Roma, avevo visto la Sud, avevo sentito i cori e i petardi e mi si erano drizzati i capelli alla base del collo.

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admin / 0
Flachi
Francesco Flachi, genio d’un bischero

«Che cos'è il Genio? E' fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione», diceva oltre quarant'anni fa la voce fuori campo del Perozzi in quel capolavoro del cinema italiano che è Amici Miei. Il film, ambientato a Firenze, usciva nelle sale – sbaragliando al botteghino persino “Lo Squalo” di Spielberg – proprio pochi mesi dopo la nascita, nel capoluogo toscano, di un ragazzo destinato a passare alla storia del calcio come un vero bischero. E si noti bene che il termine ha accezioni sia positive, sia negative, più o meno in egual misura: ce lo insegna proprio la pellicola di Monicelli. Quel bambino si chiama Francesco Flachi, ma per parenti e amici lui è semplicemente Ciccio.

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Lorenzo Latini / 0