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Die Sehnsucht des Lothars: ode a Matthäus

Il classico gioco dei luoghi comuni sui vari popoli ci porta a considerare i tedeschi come persone efficienti, quadrate, fredde; in una parola, serie. Niente di più sbagliato, come sempre quando si generalizza. Questa concezione del teutonico glaciale e quasi incapace di provare emozioni è infatti stata smentita più volte dalla storia e, soprattutto dall’arte. Basti pensare al movimento letterario dello “Sturm und Drang” (“Tempesta e impeto”), sorto nella seconda metà del ‘700, e poi sfociato nel Romanticismo. La rivalutazione dell’irrazionalità, del sentimento e più in generale della dirompente forza emotiva dell’interiorità è riconducibile ad una parola centrale nel movimento romantico, in Germania come nel resto del mondo: Sehnsucht.

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Lorenzo Latini / 0
sindelar
Carta di ferro

Il ferro fuso e bollente entra negli stampi già preparati. Scorre irradiando calore tutto attorno, si deposita dentro gli angoli più nascosti della sagoma e si raffredda di colpo. Gli operai si avvicinano, picchiano forte con un martello, aprono il sarcofago ed eccoli lì, dei giocatori perfetti: alti, forti, robusti, energici e instancabili. Non sentono dolore. Non sentono fatica. Non sentono tensione. Ed è tutto quel che sentono: nulla. Entrano in campo e compiono il loro dovere. Corrono e segnano. Non hanno attimi di difficoltà o momenti di debolezza. Sono i giocatori perfetti, quelli che ogni allenatore vorrebbe nella propria squadra. Con il fisico compiuto e compatto, come solo il ferro sa plasmare.

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Claudia Moretta / 0
Panenka
La guerra di Panenka

E così siamo arrivati all'ultimo rigore. La corazzata tedesca ha subito e sofferto il doppio svantaggio, ma alla fine è riuscita a rimontare. Due a due, con la finale degli Europei del 1976 che, per la prima volta nella storia, verrà decisa ai calci di rigore. I cecoslovacchi, autentica rivelazione del torneo, li hanno messi dentro tutti, mentre la Germania Ovest è stata "tradita" da Ulf Hoeness, che ha spedito il pallone alto. Tuttavia, sarebbe ingiusto attribuire la colpa di questa sgradevole situazione al numero otto della compagine teutonica. Semmai, a sbagliare fu la Nazionale tedesca tutta. Troppo sicura di sè, dei suoi mezzi, del titolo mondiale vinto due anni prima e di quello europeo del 1972.

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Carlo Perigli / 0
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Jay-Jay Okocha, le origini della danza

È il 31 agosto 1993, quinta giornata della Bundesliga. L’Eintracht Francoforte sta battendo i rivali del Karlshue per due a uno, quando Toppmoller, allenatore dei padroni di casa, gli fa segno di levarsi la tuta per entrare in campo. «Ora vai dentro e tieni il pallone, dobbiamo guadagnare minuti». Okocha annuisce e si toglie la casacca, con il numero 12 che si scopre sulle spalle. Non è il numero che sognava, ma per ora non gli dà molta importanza. Pensa che la panchina gli stava stretta, che avrebbe voluto giocare dall'inizio, e che nei pochi minuti che rimangono vuole fare di tutto per conquistare la Germania con la sua danza tribale.

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Carlo Perigli / 0
sindelar
Matthias Sindelar, l’esile funambolo che umiliò Hitler

Se l’umanità, come scriveva Leonardo Sciascia ne “Il giorno della civetta”, si distingue in quelle cinque categorie, che vanno dagli uomini ai “quaquaraquà”, ho l’onore di raccontare la storia di un Uomo – con la u volutamente maiuscola – che risponde al nome di Matthias Sindelar. Giocatore eccezionale e uomo tutto d’un pezzo, nonostante il fisico esile che gli valse il soprannome “Cartavelina“, Sindelar rimane un esempio da seguire per il coraggio che ebbe nello sfidare la potenza del Terzo Reich.

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Carlo Perigli / 0