Tags: Brasile

Socrates
Il testamento di Sócrates

Per fare arte devi dare le spalle alla vita. Non ti puoi accontentare di fare come tutti, di essere come tutti. Non ti puoi compiacere nel percorrere una linea retta, senza incroci, senza brusche virate, senza momenti di incertezze nel decidere quale strada intraprendere. Non puoi correre pensando che l’obiettivo da raggiungere sia sempre di fronte a te. A volte è di lato, altre volte è in alto. Molto spesso è alle tue spalle e non te ne accorgi perché non lo vedi. Ma non serve vederlo. Basta sentirlo. Lungo la schiena, come un brivido di qualcosa che sta per accadere. Per andare da A a B, ti hanno già insegnato, c’è un’unica via logica, la più veloce. Non percorrerla. La via più veloce è banale, è scontata, è soporifera.

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Claudia Moretta / 0
romario
Romario, i tre atti del malandro

L'atmosfera è tesa. Bobby Robson utilizza il tono solenne delle grandi occasioni, mentre Frank Arnesen traduce dall'inglese allo spagnolo. In quella stanza, a ridosso del campo di allenamento del Psv Eindhoven, nessuno parla portoghese, e il brasiliano con le lingue straniere non ha mai avuto un grande feeling. Un po' come con tutte le cose che richiedessero un minimo di impegno. «Romario - esordisce Robson - la devi smettere di andartene dal campo di allenamento, e sopratutto devi metterti in testa che il venerdì sera non puoi uscire». È l'ennesimo incontro tra i due, conviventi sotto lo stesso tetto ma abitanti di due mondi completamente agli antipodi.

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Carlo Perigli / 0
Garrincha
Garrincha, la corsa di una gamba a raggiungere l’altra

La corsa di una gamba a raggiungere l'altra «Gol». Anzi «Goll». Insegue la palla, fa centro e grida: «Goll». Da mattina a sera, la palla sbatte contro il muro ed entra nella porta del garage del nonno. «Goll», e tutti restano incantati dalla luce del suo sguardo. Tre anni appena, la maglia gialla del Brasile sempre sulle spalle, ricci fitti e neri e occhi verdi. Manoel non fa altro tutto il giorno. Colpisce, rincorre, dribbla e segna. Segna sempre. L’unica parola che dice, non la dice nemmeno bene. Una G, una O e due L. Quella L di troppo che è la disperazione della mamma ma non del nonno.

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Claudia Moretta / 0
heleno de freitas
Heleno de Freitas, maledetto fu il Mondiale del 1958

Le scorribande di Garrincha, le invenzioni di Didì, e poi i gol, cinque, firmati da Pelè, Vavà e Zagallo. Alle ore 13 del 29 giugno 1958 il Brasile scende in strada per festeggiare la conquista della prima Coppa Rimet, ponendo così fine a quasi trent'anni di snervante attesa. Una vittoria roboante, che umilia la Svezia del Gren-No-Li e mostra al mondo la spumeggiante bellezza del futbòl carioca. Eppure, sembrerà strano, ma per qualcuno in Brasile il triplice fischio dell'arbitro rappresenta l'atto finale di un'inaspettata tragedia. Lo sguardo fissa lo schermo, i pugni sbattono violentemente sul tavolo, mentre una lacrima abbandona quegli occhi furiosi per solcare lentamente un viso contratto dall'ira. Dalla casa di cura per malati terminali di Barbacena, Heleno de Freitas vive il giorno più brutto di una vita che troppo presto gli ha voltato le spalle.

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Simone Cola / 0
falcao
Paulo Roberto Falcão, un re in punta di piedi

Roma, 10 agosto 1980: una calda estate si prepara ad accogliere la notte di San Lorenzo. Quella delle stelle cadenti, dei desideri espressi, delle colline che si fanno sfondo di romantiche serate col naso all'insù. Così, anche i cittadini capitolini, come gli altri, alzano lo sguardo verso il cielo, con la speranza di vedere realizzati i loro sogni più belli. Ma in questa parte dell'urbe non ci sono colline, nè tantomeno stelle cadenti. Il romanticismo, sì, quello c'è, espresso in larga scala da quelle 5000 persone che con passione scrutano il cielo di Fiumicino, col cuore che palpita in attesa di scorgere nel cielo quel sogno coltivato per un'intera estate: «Eccolo, è lui, quello è l'aereo che viene da Rio. Lì dentro c'è Paulo Roberto Falcão».

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Carlo Perigli / 0
rogerio ceni
Portiere si nasce, Rogerio Ceni si diventa

I saluti, gli abbracci, gli amici di sempre. I compagni con i quali ha conquistato la Coppa Intercontinentale nel 1992 e quelli con cui ha vinto il Mondiale per club nel 2005. Anche questa serata uscirà presto dalle cronache sportive per accasarsi dove gli compete, per entrare nel mito. O se preferite, ne 'O M1to'. Rogerio Ceni chiude una carriera lunga venticinque anni, costellata di successi, trofei e sopratutto tanto amore per il San Paolo, del quale in più di un occasione si è detto «il più grande tifoso passato in questo club». 1237, partite, 131 reti realizzate, 26 titoli, numeri impressionanti qualunque sia l'ordine in cui vengono letti, ma che allo stesso tempo "nascondono" l'impegno e la fatica necessari a fare di un giocatore una leggenda, a trasformare un portiere in Rogerio Ceni.

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Carlo Perigli / 0
Ghiggia
Alcides Ghiggia, l’ultimo del Maracanazo

Se pensate che il 7-1 subito dal Brasile contro la Germania allo scorso Mondiale sia stata un’umiliazione, non avete mai sentito parlare del Maracanazo e di Alcides Ghiggia. Perchè se la roboante sconfitta del 2014 nasce e muore nell’universo calcistico, la debacle carioca maturata nella finale del 16 luglio 1950 no, quella è un’onta che non si cancella, che coinvolge e sconvolge un paese intero gettandolo nell’umiliazione più profonda.

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Carlo Perigli / 0
raposo
Carlos Henrique Raposo, il Kaiser dell’anti-calcio

Campionato brasiliano, metà anni ’80. Il Bangu, squadra di Prima Divisione, è alle prese con un match di campionato, non sappiamo né il giorno né la squadra avversaria, ma tutto sommato non sono dettagli rilevanti. Ciò che conta, sopratutto per i tifosi bianco-rossi, è la presenza in panchina di Carlos Henrique Raposo, fiore all’occhiello della campagna acquisti e talento osannato dalla stampa. D’altronde, lo hanno letto sui giornali, “Il Bangu ha già il suo re: Carlos Kaiser“, ma finora il gioiellino è sempre stato in infermeria, colto da chissà qualche malocchio. Acqua passata, ora è lì, e il mister gli ha appena detto di iniziare il riscaldamento. Era ora.

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Carlo Perigli / 0
zico
La dittatura brasiliana odiava la famiglia di Zico

Calcio e dittatura, un rapporto che per quasi un secolo ha portato i regimi più sanguinari ad utilizzare lo sport più bello del mondo come uno strumento di gloria e potere. Da un lato per una questione di immagine, con la vittoria della Nazionale che equivaleva al trionfo della bontà del regime, dall’altro attraverso la monopolizzazione dello sport, con le giunte che arrivarono a controllare il meccanismo dall’interno, estromettendo qualsiasi elemento potesse recare disturbo.Un sistema che venne applicato integralmente anche in Brasile, dove la dittatura strinse il calcio in una morsa, ostacolando la carriera di tutti i giocatori in odore di opposizione.

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Carlo Perigli / 0