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Romario, i tre atti del malandro

L'atmosfera è tesa. Bobby Robson utilizza il tono solenne delle grandi occasioni, mentre Frank Arnesen traduce dall'inglese allo spagnolo. In quella stanza, a ridosso del campo di allenamento del Psv Eindhoven, nessuno parla portoghese, e il brasiliano con le lingue straniere non ha mai avuto un grande feeling. Un po' come con tutte le cose che richiedessero un minimo di impegno. «Romario - esordisce Robson - la devi smettere di andartene dal campo di allenamento, e sopratutto devi metterti in testa che il venerdì sera non puoi uscire». È l'ennesimo incontro tra i due, conviventi sotto lo stesso tetto ma abitanti di due mondi completamente agli antipodi.

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La partita geniale

Chissà come si sarà sentito Johan Cruyff al fischio finale. Male, sicuramente male, sconfitto e umiliato da quella squadra a cui alla vigilia non dava alcuna possibilità di successo. Lui era un vincente alla guida di un dream team, l'espressione del calcio spettacolo contro cui niente avrebbe potuto il "difensivo catenaccio" rossonero. Ad Atene il 18 maggio 1994 il Barcellona era pronto ad alzare un altro trofeo, dopo lo scudetto, il quarto consecutivo, vinto tre giorni prima. In Catalogna, nonostante la finale fosse imminente, il successo in campionato venne festeggiato in pompa magna, con i tifosi blaugrana che stendevano striscioni in onore di "Koeman el canonero", "Romario el Pichichi", "Stoichkov la Garra".

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