Category: Storie (in)dimenticate

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Ercole, Ares e Costantinopoli: Salonicco fra mito e calcio

Quando si arriva a Salonicco dalle alture che la precedono, da nord e da ovest, non si può avere un’idea di quello che ci aspetta. La chiamano la Symprotevousa, la co-capitale. Ma anche in questo caso non è quello che ci immaginiamo. E poi c’è il mare. Lo sfavillante mare della Macedonia colpirà gli occhi del visitatore, facendogli accostare una mano al viso per ripararsi. Sarà quello stesso mare che guardarono due ragazzi del posto di nome Costantino e Mustafà. Il primo insegnerà a scrivere agli slavi di tutto il mondo, con il nome di Cirillo, il Santo protettore dei popoli dell’est. L’altro rimarrà nei libri di storia con l’appellativo di Padre dei Turchi, ovvero Mustafà Kemal Ataturk. Scordatevi per un attimo la Grecia. Qui si guarda a Oriente o al massimo a Settentrione. E allora si capisce anche il soprannome, “co-capitale”: insieme a Bisanzio, non con Atene.

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Gianni Galleri / 0
bergkamp
Assurdo nerazzurro

Tra il 1993 e il 1995, Dennis Bergkamp è l'uomo sbagliato nella squadra sbagliata, e perdipiù nel campionato sbagliato. In quel periodo il calcio italiano danza sul filo dell'incertezza tattica, compresso tra due ipotesi di futuro diametralmente opposte. Da un lato il catenaccio, dall'altra i segnali di quello che per qualche anno è stato interpretato come un cambiamento imminente: il Milan di Sacchi, il Bologna di Maifredi e il passaggio di quest'ultimo alla Juventus, il Foggia di Zeman, che con il suo 4-3-3 spregiudicato ha sfiorato per due volte la qualificazione in Coppa Uefa. Poi però, Sacchi ha lasciato il posto a Capello, decisamente più pragmatico del suo predecessore, mentre la Juventus si è disfatta in un battibaleno di Maifredi, rifugiandosi nelle calde certezze del catenaccio offerto da Trapattoni.

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Carlo Perigli / 0
best
«Corri, Georgie, corri»

«Corri, George, corri. Devi saltarli, schivarli, dribblarli, forse persino passare loro attraverso: l'importante è che tu abbia la forza di superare questo muro portoghese e di andare in porta. Fallo per te, per me, per Bobby (anche se non vi sopportate...), ma soprattutto fallo per i ragazzi del '58. Loro sono morti sognando di essere dove sei tu adesso, Georgie: quindi niente cazzate delle tue, per favore. Mostra una volta per tutte al mondo per quale dannato motivo ti ho voluto a tutti i costi allo United!».

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Lorenzo Latini / 0
bergkamp
È bello vederti, schaduwspits

«È bello vederti». La storia, o almeno quella parte che infiamma gli appassionati e riempie gli almanacchi, inizia con queste tre semplici parole. È il 14 dicembre 1986, in programma al De Meer c'è Ajax-Roda. Dennis si sta recando allo stadio in macchina, seduto sul sedile posteriore. Alla guida c'è papà Wim, emozionato come non mai, mentre mamma Tonny è al suo fianco, e per nulla al mondo si perderebbe l'esordio da professionista del figlio. Certo, lo avrebbe preferito ginnasta, come lei da giovane, ma prima o poi bisogna anche accettare la realtà, che tutto sommato non è poi così male. L'ascesa di Bergkamp è stata voluta e guidata da Cruyff in persona. Lo ha scrutato a lungo, ne ha esaltato i pregi e limato i difetti. Lo ha bastonato quando ce n'era bisogno, fino a "retrocederlo" di un gradino nelle giovanili per motivarlo, ed esaltato quando il lavoro iniziava a dare i suoi frutti. E ora lo porterà con sé in panchina, con l'obiettivo dichiarato di fargli giocare uno scampolo di partita.

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Carlo Perigli / 0
Dennis Bergkamp, forgiato dalla Kade

«Dennis! Sali che è tardi!» Sono più di dieci minuti che la signora Tonny si affaccia a più riprese alla finestra, nel vano tentativo di far comprendere al figlio il semplice concetto secondo cui, quando è pronta la cena, devi lasciar perdere il pallone e tornare a casa. «Dennis, forza andiamo!». Ci riprova, senza tuttavia farsi prendere dalla collera. D'altronde, con il piccolo non ce n'è bisogno. È bravo Dennis. Educato, gentile, rispettoso e ubbidiente, ma quando ha la sfera tra i piedi si isola in un mondo tutto suo, all'interno del quale consente l'ingresso solamente a Wim Jr., Ronald e Marcel, i suoi fratelli maggiori. Nessun problema comportamentale, stiamo pure tranquilli, anche se, quando passa giornate interne a prendere a pallonate il muro, qualche preoccupazione potrebbe sorgere. Una, dieci, cento volte. Di destro, di sinistro, ancora di destro e così via. Dice che è il suo allenamento personale, che gli serve per capire i tempi e i modi con cui il pallone rimbalza, per simulare situazioni di ricezione e passaggio. Certo, un po' inusuale per un bambino di appena otto anni, ma mamma Tonny guarda il piccolo e vede Wim, suo marito, un artigiano tuttofare con la mania per la perfezione. Sono sposati da anni, e Tonny ha imparato che per Wim non esiste il "ma" nel suo lavoro. Tutto deve essere perfetto. E Dennis ha ripreso totalmente da lui, non c'è da preoccuparsi. È solo l'ennesimo piccolo perfezionista in casa Bergkamp.

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Carlo Perigli / 0
La partita che poteva salvare la Jugoslavia

Finisce tutto con un signore di Klis che si ammazza sparandosi alla testa. Sergio Goycoechea, il vero eroe delle Notti Magiche, distende la mano, e la palla destinata alla rete viene respinta. Il mondo che fino ad allora aveva conosciuto frana. L’uomo di Klis non è il più intelligente, è solo il più spaventato. Ha capito che ormai il piano è inclinato. Che la sfera ha iniziato a rotolare e che da allora andrà sempre peggio. Ha paura, più di tutti, e la fa finita.

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Gianni Galleri / 0
sindelar
Carta di ferro

Il ferro fuso e bollente entra negli stampi già preparati. Scorre irradiando calore tutto attorno, si deposita dentro gli angoli più nascosti della sagoma e si raffredda di colpo. Gli operai si avvicinano, picchiano forte con un martello, aprono il sarcofago ed eccoli lì, dei giocatori perfetti: alti, forti, robusti, energici e instancabili. Non sentono dolore. Non sentono fatica. Non sentono tensione. Ed è tutto quel che sentono: nulla. Entrano in campo e compiono il loro dovere. Corrono e segnano. Non hanno attimi di difficoltà o momenti di debolezza. Sono i giocatori perfetti, quelli che ogni allenatore vorrebbe nella propria squadra. Con il fisico compiuto e compatto, come solo il ferro sa plasmare.

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Claudia Moretta / 0
romario
Romario, i tre atti del malandro

L'atmosfera è tesa. Bobby Robson utilizza il tono solenne delle grandi occasioni, mentre Frank Arnesen traduce dall'inglese allo spagnolo. In quella stanza, a ridosso del campo di allenamento del Psv Eindhoven, nessuno parla portoghese, e il brasiliano con le lingue straniere non ha mai avuto un grande feeling. Un po' come con tutte le cose che richiedessero un minimo di impegno. «Romario - esordisce Robson - la devi smettere di andartene dal campo di allenamento, e sopratutto devi metterti in testa che il venerdì sera non puoi uscire». È l'ennesimo incontro tra i due, conviventi sotto lo stesso tetto ma abitanti di due mondi completamente agli antipodi.

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Carlo Perigli / 0
football is coming home
Il calcio torna a casa, finalmente

Ci sono libri che hanno segnato in maniera indelebile e inevitabile il nostro rapporto con il calcio inglese. Penso a Febbre a 90° di Nick Hornby, oppure a Il Maledetto United di David Peace. Per rimanere invece nei confini italiani e parlare di penne del nostro Paese, chiunque si appassioni al calcio inglese, prima o poi cerca di entrare in possesso de Le Reti di Wembley di Roberto Gotta. Spesso invano. Questo breve preambolo mi serve per introdurvi uno dei misteri più torbidi misteri intorno all’editoria sportiva di tema “english football” e cioè: perché Football is coming home di Luca Manes è passato quasi sotto silenzio e non gode affatto della notorietà, se non dei primi due, almeno del terzo esempio portato poc'anzi.

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Gianni Galleri / 0
recoba
Alvaro Recoba, l’amore a distanza

Quest’amore è diverso. Quest’amore si nutre di distanza, di contemplazione, di sospiri, di vento e di attesa. Álvarola guarda. Costantemente. Mentre è sui banchi di scuola, il suo sguardo è rivolto a lei. La osserva, la studia nei suoi minimi particolari. Potrebbe ridisegnare millimetro per millimetro le sue linee, i suoi angoli e le sue morbidezze. Potrebbe scrivere uno a uno i nomi di chi le è passato accanto, chi l’ha sfiorata, chi ha giocato con lei, chi ha riso o pianto al suo fianco.

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Claudia Moretta / 0