Category: Amore per la maglia

del piero
Estati, rivincite e tiri a giro

Prima parte (Estate 1995) La Juventus, guidata da Marcello Lippi e reduce dalla doppietta Campionato - Coppa Italia, decise di privarsi del più forte giocatore italiano di quella decade, Roberto Baggio, scommettendo su di un ragazzino che non aveva ancora compiuto 21 anni. Il giocatore in questione aveva già palesato qualche lampo di classe fuori dall'ordinario [chi non ricorda un suo pallonetto al volo contro la Fiorentina? n.d.A.], ma la decisione della dirigenza bianconera venne accolta con scetticismo dalla tifoseria e dagli addetti ai lavori.

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admin / 0
robert pires
Robert Pires, amore senza rancore

«Robert Pires! Robert Pires! Robert Pires!» La sera del 7 aprile 2009 l'Emirates Stadium non sembra conoscere altri nomi. Prima, durante e dopo la partita di Champions League, quell'urlo esplode a cadenza regolare dalla bocca di ogni singolo tifoso dell'Arsenal, che lo grida al cielo con tutta la passione che ha in corpo. Robert Pires ascolta, si guarda intorno e accenna un sorriso, con le emozioni che danzano a metà tra il finto distacco e una malcelata commozione. D'altronde, in palio c'è l'accesso alla semi-finale di Champions League, e lo spazio per le emozioni non dovrebbe essere contemplato. Dovrebbe, si, perché stasera non si può parlare solo di calcio. Si parla di vita, e allora si, le gambe tremano davvero.

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Carlo Perigli / 0
Juanito
La “Maravilla” del Santiago Bernabeu

Mi chiedevi: “che cosa continua, quando agli uomini tocca di andare?” ecco, adesso avrei la risposta: si continua ad amare. [Gigi Meroni - Filippo Andreani] Tutto finisce sulla strada per Mérida, ancora nei pressi di Toledo. Sono passati 25 anni da quel giorno. Stavi tornando da Madrid, dove avevi appena visto il tuo Real Madrid battere il Torino nell’andata della semifinale della Coppa Uefa del ‘92. Era il 2 aprile, e quello scherzo, fatto con un giorno di ritardo, ammutolì un popolo, il tuo.

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Gianni Galleri / 0
Quando un barbone mi raccontò la Saeta Rubia

Madrid, stazione di Puerta de Atocha Ottobre 2008 «Que lees?». Una voce roca e impastata mi desta all’improvviso dalla lettura che mi aveva isolato dal baccano e dal viavai tipico di una stazione ferroviaria. Sono seduto in prossimità della grande aiuola al centro di Puerta de Atocha, dove troneggiano palme ed altre piante tropicali che nell’entroterra spagnolo sono a dir poco fuori luogo, ma che lì – chissà come mai – sembrano perfettamente a loro agio. Volto la testa in direzione della voce e mi trovo di fronte un uomo con lunghi capelli grigi raccolti in una disordinata crocchia sulla nuca, che mi rivolge un sorriso pieno di buchi: avrà sì e no una decina di denti in bocca, puzza parecchio e ha gli occhi che sembrano coperti da un velo giallognolo.

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Lorenzo Latini / 0
marakana
La fragola del Marakana

Enorme sventola, in mezzo ad altre cento, la bandiera con la fragola. Era da poco passata la metà di settembre, passeggiavamo insieme lungo una delle strade principali della città. Eravamo diretti verso il Marakana di Belgrado. C’era il sole, le macchine non correvano e sembrava che tutto nella capitale serba ruotasse intorno a noi. I caseggiati si susseguivano uno dopo l’altro, mostrando fieri la loro fede calcistica. C’è un’omogeneità che non ti aspetteresti e la percepisci dai murales: attraversi una strada e sono tutti bianchi e neri, fai duecento metri e diventano tutti bianchi e rossi. Ogni tanto qualche scarabocchio bianco e blu, ma più per deturpare che per segnare davvero un’appartenenza.

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Gianni Galleri / 0
Rizzitelli
Ruggiero Rizzitelli, quelle lacrime sono la Roma

A Roma di campioni ne abbiamo visti pochi, nel corso di questi novant’anni. Abbiamo visto, invece, molti mestieranti, per così dire: professionisti che non erano i Falcao, i Batistuta, i Totti e i Conti. Eppure li abbiamo amati. Non tutti, sia chiaro. Ma quelli che hanno dato l’anima per la maglia, quelli che si sono sempre battuti al di là delle loro doti tecniche, noi tifosi non li dimentichiamo. La Roma degli anni ’90 non è mai stata competitiva per lo Scudetto: il massimo che sia riuscita a fare è stata raggiungere una finale di Coppa UEFA e vincere una Coppa Italia. Anno domini – per entrambe – 1991.

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Lorenzo Latini / 0
baggio
Roberto

Affinità e divergenze fra il Divin Codino e noi al conseguimento del mezzoRoberto Baggio è una fenice. Brucia, muore e da quelle ceneri risorge. Quello più famoso l'ha fatto una volta, Roberto Baggio ben quattro. Prima volta: ha deluso tutti, è andato a Torino, lasciando la Fiorentina. E' vero c'erano tanti soldi di mezzo e la possibilità di vincere, ma ha comunque tradito i suoi tifosi. E' il 6 aprile 1991, la Fiorentina vince 1-0 gol di Fuser. Rigore per la Juventus. Baggio non lo vuole tirare, viene sostituito. Calcia De Agostini: sbaglia. Mentre esce Roberto raccoglie una sciarpa viola. La pace è fatta. Seconda volta: l'Italia, che fino ad allora ha fatto poco meno che ridere, è sotto di un gol con la Nigeria. secolo di età

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admin / 0
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Tony Adams, il sorriso alla fine del tunnel

Il gigante con la maglia numero 4 vede un buco nella difesa dell'Everton e ci si fionda dentro correndo a grandi falcate. Sembra quasi che i suoi si trovino sotto, e non in vantaggio per 3-0 ad un giro di lancette dal 90', tanta è la rabbia, la determinazione agonistica, la forza di volontà con cui si butta in avanti il difensore centrale. Ha quasi trentadue anni, ma in quel momento corre come un ragazzino, come un'ala ventenne smaniosa di fare bella figura. Tony Adams corre come chi è riuscito a scappare dall'inferno e non ha alcuna intenzione di tornarci.

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Lorenzo Latini / 0
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Gianluca Signorini, essere capitano

D'altronde, Bruno Lauzi e Paolo Conte ci avevano avvertito, Genova è un posto dal quale non sei mai sicuro di tornare veramente. È una città particolare, non è raro capitarci per caso e lasciarci il cuore. Genova è empatica, ti racconta di lei e delle sue mille storie, dei suoi vizi e delle sue virtù, mettendo perfino in discussione, come ebbe a dire Fabrizio De André in un celebre concerto, «cosa sia esattamente la virtù, e cosa sia esattamente l'errore». Genova non conosce storie banali, non racconta episodi fine a se stessi, Genova fa ridere, piangere, fa riflettere. Genova ti fa innamorare, e di lei un giorno si innamorò Gianluca Signorini, giovane difensore di belle speranze arrivato in città nell'estate del 1988. Il suo nome era finito in cima alla lista scritta sul taccuino di Franco Scoglio, un eroe in terra messinese fresco di stage dal colonnello Lobanovskyj.

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Carlo Perigli / 0
mazzola
Sospiri finiti

Ho un numero limitato di respiri. Di sospiri poi, ancor meno. Li faccio tutti lentamente, con cadenza regolare. Dispiaceri o piaceri per me sono proibiti. Se la mia vita fosse tracciata come quando si fa un elettrocardiogramma, sarebbe piatta. Nessun picco, né in alto né in basso. La chiamano tranquillità. Quando gioco con i miei cugini, gli unici ammessi a casa mia, e solo per poche ore, mia mamma mi ripete all’infinito di stare calmo, di non eccitarmi troppo, di non lasciarmi trasportare dalle emozioni. E loro, poveri, sono istruiti allo stesso modo. Si annoiano, lo vedo, lo percepisco.

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Claudia Moretta / 0