Tutti i racconti di Lorenzo Latini

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Ajax-Liverpool 1966: l’Infinito che venne fuori dalla nebbia

Vennero fuori dalla nebbia. Come in un horror-movie di serie B. Gli altri non avevano neanche il tempo di rendersi conto di cosa diavolo stesse accadendo, che quelli crossavano e tiravano in porta, si sovrapponevano sulle fasce e dribblavano i rossi come birilli.

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Risalire la corrente: Alberto Ginulfi, dal banco del pesce a Pelé

Mentre l’angelo nero in maglia bianca raccoglie il pallone per sistemarlo sul dischetto, Alberto pensa al salmone. Sì, ha davanti a sé Edson Arantes do Nascimento, meglio noto al mondo come Pelé, ma lui pensa ai salmoni. Conosce la loro storia, perché li ha venduti – insieme ad orate, spigole, calamari e “mazzancolle” – dai dodici ai venti anni, quando lavorava al banco del pesce della zia in Piazza Vittorio.

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Die Sehnsucht des Lothars: ode a Matthäus

Il classico gioco dei luoghi comuni sui vari popoli ci porta a considerare i tedeschi come persone efficienti, quadrate, fredde; in una parola, serie. Niente di più sbagliato, come sempre quando si generalizza. Questa concezione del teutonico glaciale e quasi incapace di provare emozioni è infatti stata smentita più volte dalla storia e, soprattutto dall’arte. Basti pensare al movimento letterario dello “Sturm und Drang” (“Tempesta e impeto”), sorto nella seconda metà del ‘700, e poi sfociato nel Romanticismo. La rivalutazione dell’irrazionalità, del sentimento e più in generale della dirompente forza emotiva dell’interiorità è riconducibile ad una parola centrale nel movimento romantico, in Germania come nel resto del mondo: Sehnsucht.

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Quando un barbone mi raccontò la Saeta Rubia

Madrid, stazione di Puerta de Atocha Ottobre 2008 «Que lees?». Una voce roca e impastata mi desta all’improvviso dalla lettura che mi aveva isolato dal baccano e dal viavai tipico di una stazione ferroviaria. Sono seduto in prossimità della grande aiuola al centro di Puerta de Atocha, dove troneggiano palme ed altre piante tropicali che nell’entroterra spagnolo sono a dir poco fuori luogo, ma che lì – chissà come mai – sembrano perfettamente a loro agio. Volto la testa in direzione della voce e mi trovo di fronte un uomo con lunghi capelli grigi raccolti in una disordinata crocchia sulla nuca, che mi rivolge un sorriso pieno di buchi: avrà sì e no una decina di denti in bocca, puzza parecchio e ha gli occhi che sembrano coperti da un velo giallognolo.

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Rizzitelli
Ruggiero Rizzitelli, quelle lacrime sono la Roma

A Roma di campioni ne abbiamo visti pochi, nel corso di questi novant’anni. Abbiamo visto, invece, molti mestieranti, per così dire: professionisti che non erano i Falcao, i Batistuta, i Totti e i Conti. Eppure li abbiamo amati. Non tutti, sia chiaro. Ma quelli che hanno dato l’anima per la maglia, quelli che si sono sempre battuti al di là delle loro doti tecniche, noi tifosi non li dimentichiamo. La Roma degli anni ’90 non è mai stata competitiva per lo Scudetto: il massimo che sia riuscita a fare è stata raggiungere una finale di Coppa UEFA e vincere una Coppa Italia. Anno domini – per entrambe – 1991.

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tony adams
Tony Adams, il sorriso alla fine del tunnel

Il gigante con la maglia numero 4 vede un buco nella difesa dell'Everton e ci si fionda dentro correndo a grandi falcate. Sembra quasi che i suoi si trovino sotto, e non in vantaggio per 3-0 ad un giro di lancette dal 90', tanta è la rabbia, la determinazione agonistica, la forza di volontà con cui si butta in avanti il difensore centrale. Ha quasi trentadue anni, ma in quel momento corre come un ragazzino, come un'ala ventenne smaniosa di fare bella figura. Tony Adams corre come chi è riuscito a scappare dall'inferno e non ha alcuna intenzione di tornarci.

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«Stanley Matthews, ce la fa a giocare un altro paio di stagioni?»

Il calcio è metafora della vita: ogni espressione, ogni gesto tecnico, ogni scivolata, ogni esultanza e ogni fallo da dietro trovano un loro corrispettivo nella quotidianità della nostra esistenza. Non tutti riescono a comprendere questa cosa. «Non capisco cosa ci trovi di così entusiasmante in ventidue ragazzini strapagati in calzoncini che corrono dietro ad un pallone», ti dicono. E’ il loro topos, il luogo comune dietro cui lasciano intravedere una sfumatura di compassione nei confronti di questi poveri idioti che ogni domenica fremono e gioiscono e bestemmiano per una vittoria o per una sconfitta. È una questione antica come è antico questo sport. Il sottoscritto, quando si trova alle prese con questo tipo di persone, ricorre sempre alla stessa arma: Stanley Matthews.

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Nigeria
Nigeria ’96, altro che Winning Eleven

Rofay; Adeypuju, Weste, Okayshuku, Babyaro; Olissey, Laoual, Finedi, Okusha; Babandiga, Amakochi. Se questi nomi non vi dicono nulla, o avete meno di venticinque anni, o ne avete più di cinquanta. Oppure, semplicemente, tra il 1998 e il 2000 siete vissuti ad Alfa Centauri. Si tratta della formazione-tipo (con nomi fedelmente storpiati) della Nigeria ad ISS Pro Evolution o, in caso abbiate usufruito della versione giapponese del videogame, di Winning Eleven. Se avete avuto modo, anche solo una volta nella vostra vita, di provare questo gioco, siamo pronti a scommettere che prima o poi vi siete imbattuti nei fenomeni in maglia verde; che avete fatto galoppare sulla fascia Tijani Babangida, segnato gol a grappoli con Kanu (Khanou) e Amokachi, tremato per le frequenti sbandate di Rufai e Eguavoen (Egouaven).

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Flachi
Francesco Flachi, genio d’un bischero

«Che cos'è il Genio? E' fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione», diceva oltre quarant'anni fa la voce fuori campo del Perozzi in quel capolavoro del cinema italiano che è Amici Miei. Il film, ambientato a Firenze, usciva nelle sale – sbaragliando al botteghino persino “Lo Squalo” di Spielberg – proprio pochi mesi dopo la nascita, nel capoluogo toscano, di un ragazzo destinato a passare alla storia del calcio come un vero bischero. E si noti bene che il termine ha accezioni sia positive, sia negative, più o meno in egual misura: ce lo insegna proprio la pellicola di Monicelli. Quel bambino si chiama Francesco Flachi, ma per parenti e amici lui è semplicemente Ciccio.

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Effenberg
Stefan Effenberg, dietro gli occhi azzurri

C'è una leggenda nel calcio che, come tutte le leggende, nasce da un fondo di verità. La credenza popolare è la seguente: se una finale si decide ai rigori, sbagliare il primo è spesso di buon auspicio. La Roma lo sa bene, perché il 30 maggio del 1984 il primo rigore il Liverpool lo sbagliò, ma alla fine si portò via la Coppa dei Campioni. E lo stesso capitò alla Steaua contro il Barcellona due anni dopo, nella peggior serie di tiri dal dischetto che la storia del calcio ricordi (solo due, entrambi dei romeni, a segno su un totale di otto calciati).

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