Tutti i racconti di Carlo Perigli

robert pires
Robert Pires, amore senza rancore

«Robert Pires! Robert Pires! Robert Pires!» La sera del 7 aprile 2009 l'Emirates Stadium non sembra conoscere altri nomi. Prima, durante e dopo la partita di Champions League, quell'urlo esplode a cadenza regolare dalla bocca di ogni singolo tifoso dell'Arsenal, che lo grida al cielo con tutta la passione che ha in corpo. Robert Pires ascolta, si guarda intorno e accenna un sorriso, con le emozioni che danzano a metà tra il finto distacco e una malcelata commozione. D'altronde, in palio c'è l'accesso alla semi-finale di Champions League, e lo spazio per le emozioni non dovrebbe essere contemplato. Dovrebbe, si, perché stasera non si può parlare solo di calcio. Si parla di vita, e allora si, le gambe tremano davvero.

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ivic
Industriale, socialista, jugoslavo: il calcio secondo Tomislav Ivic

Le mani a coprire il volto, la testa leggermente chinata in avanti mentre il corpo resta fermo, con le gambe unite. Dietro di lui, Vujovic cede alla disperazione e si piega sul terreno con la testa che sembra volersi immergere nel prato verde. È probabilmente questa la foto più famosa di Tomislav Ivic, scattata il pomeriggio del 4 maggio 1980, pochi secondi dopo l’annuncio della morte del maresciallo Tito. La disperazione, quella di Ivic, dello stadio e di un Paese intero, segna la fine di un’epoca, preparando, pur senza esserne a conoscenza, la strada verso il disfacimento dell’intera Jugoslavia. Ma quella sera, così vicina alla fine della stagione calcistica, segna anche la fine dell’avventura di Tomislav Ivic nella sua Spalato, la conclusione del periodo più brillante mai vissuto nella storia dell’Hajduk, quando tra lo Stari Plac e il Poljud si portava in scena il "calcio industriale".

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Come Dennis Bergkamp
Come Dennis Bergkamp, come Lorenzo, come ciascuno di noi

Amore, precariato, musica e calcio: non stiamo forse parlando in fondo della stessa cosa? Non condividono forse la passione, sia per necessità o per virtù, come minimo comune denominatore? In fondo, se ci pensiamo bene, sono proprio loro a scandire la quotidianità di molti di noi, tra delusioni ed esaltazioni. E proprio su queste quattro direttrici Lorenzo Latini ha deciso di strutturare “Come Dennis Bergkamp, o l’amore ai tempi del giornalismo sportivo precario”, raccontando in prima persone le avventure – più o meno autobiografiche – di un giovane giornalista che cerca di costruire passo dopo passo la propria vita.

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Susic
Safet Susic, meravigliosamente diverso

«Benchè sia una città, Sarajevo ha l'anima di un villaggio». In "La Bosnia e l'Erzegovina", seconda tappa del reportage nei Balcani scritto tra il 1935 e il 1938, è probabile che Rebecca West abbia colto appieno l'anima più limpida della capitale bosniaca. Perchè, spiegava, a differenza di quanto avviene quando si confrontano piccoli e grandi centri, nella capitale bosniaca i «passaggi della mente», così come avviene per i fiumi e l'aria, non si inquinano, non tendono a indebolirsi. E la religione, spiegava l'autrice, non rappresenta un'eccezione, ma «irriga la città e la rende fresca come una rosa».

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signorini
Gianluca Signorini, essere capitano

D'altronde, Bruno Lauzi e Paolo Conte ci avevano avvertito, Genova è un posto dal quale non sei mai sicuro di tornare veramente. È una città particolare, non è raro capitarci per caso e lasciarci il cuore. Genova è empatica, ti racconta di lei e delle sue mille storie, dei suoi vizi e delle sue virtù, mettendo perfino in discussione, come ebbe a dire Fabrizio De André in un celebre concerto, «cosa sia esattamente la virtù, e cosa sia esattamente l'errore». Genova non conosce storie banali, non racconta episodi fine a se stessi, Genova fa ridere, piangere, fa riflettere. Genova ti fa innamorare, e di lei un giorno si innamorò Gianluca Signorini, giovane difensore di belle speranze arrivato in città nell'estate del 1988. Il suo nome era finito in cima alla lista scritta sul taccuino di Franco Scoglio, un eroe in terra messinese fresco di stage dal colonnello Lobanovskyj.

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baggio
Collage: Cuori (infranti) viola

Concorderete con me che undici anni sono piuttosto pochi per diventare calcisticamente adulto. Dovresti essere ancora in quell'età in cui, ogni estate, la tua squadra potrà vincere lo Scudetto, anche se ne ha vinti due in un secolo e tu, pur vivendo a venti minuti da Firenze, hai percepito che non dev'essere proprio la prima della classe già effettuando una rapida conta sulle fedi dei compagni di classe. Eppure io diventai calcisticamente adulto a undici anni, nell'estate del 1990, mentre spensierato avevo appena terminato una di quelle partite a pallone tra bambini che potevano occupare, per noi dell'epoca prima di Internet e YouTube, interi pomeriggi. “Hai visto Baggio?”, mi chiese mio padre. Ed era chiaro che non mi chiedesse se lo avevo visto lì, nei dintorni della scuola, magari mandato a scovare qualche talento per la Fiorentina, così come immaginavo facessero i calciatori dell'epoca. Il timore che fosse quello che temevo, che tutti temevamo, divenne realtà a casa, guardando il titolo dell'edizione sportiva de “La Nazione”.

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bergkamp
Tempo e spazio

Tempo e spazio, perchè alla fine la vita è tutta una serie di momenti da vivere e di scelte da compiere. Perchè a volte non c'è nemmeno una ragione. C'è un dove e c'è un quando, ma non sempre c'è un perchè. Perchè quando devi rinascere ti affidi a te stesso, alle tue sensazioni, a quella parte del tuo "io" in cui albergano le tue sicurezze. Tempo e spazio, perchè Bergkamp sa che da Milano bisogna scappare, e che bisogna farlo ora, prima che sia troppo tardi. Già, ma perchè l'Arsenal? Ecco, a distanza di anni, nemmeno Dennis sa fornire una risposta completamente razionale. A dire la verità, lui avrebbe preferito il Manchester United, ma Sir Alex non aveva manifestato interesse. C'era il Tottenham, Glen Hoddle, l'incontro con quei sogni coltivati nella Kade, ma l'Arsenal aveva un altro sapore. Forse per l'importanza in Europa, per la Coppa delle Coppe conquistata nel 1994, per la finale raggiunta l'anno successivo. O forse no, non solo, perchè, in certi momenti, la destinazione è scritta nella tua testa, e le motivazioni arrivano solo a scelta fatta.

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bergkamp
Assurdo nerazzurro

Tra il 1993 e il 1995, Dennis Bergkamp è l'uomo sbagliato nella squadra sbagliata, e perdipiù nel campionato sbagliato. In quel periodo il calcio italiano danza sul filo dell'incertezza tattica, compresso tra due ipotesi di futuro diametralmente opposte. Da un lato il catenaccio, dall'altra i segnali di quello che per qualche anno è stato interpretato come un cambiamento imminente: il Milan di Sacchi, il Bologna di Maifredi e il passaggio di quest'ultimo alla Juventus, il Foggia di Zeman, che con il suo 4-3-3 spregiudicato ha sfiorato per due volte la qualificazione in Coppa Uefa. Poi però, Sacchi ha lasciato il posto a Capello, decisamente più pragmatico del suo predecessore, mentre la Juventus si è disfatta in un battibaleno di Maifredi, rifugiandosi nelle calde certezze del catenaccio offerto da Trapattoni.

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bergkamp
È bello vederti, schaduwspits

«È bello vederti». La storia, o almeno quella parte che infiamma gli appassionati e riempie gli almanacchi, inizia con queste tre semplici parole. È il 14 dicembre 1986, in programma al De Meer c'è Ajax-Roda. Dennis si sta recando allo stadio in macchina, seduto sul sedile posteriore. Alla guida c'è papà Wim, emozionato come non mai, mentre mamma Tonny è al suo fianco, e per nulla al mondo si perderebbe l'esordio da professionista del figlio. Certo, lo avrebbe preferito ginnasta, come lei da giovane, ma prima o poi bisogna anche accettare la realtà, che tutto sommato non è poi così male. L'ascesa di Bergkamp è stata voluta e guidata da Cruyff in persona. Lo ha scrutato a lungo, ne ha esaltato i pregi e limato i difetti. Lo ha bastonato quando ce n'era bisogno, fino a "retrocederlo" di un gradino nelle giovanili per motivarlo, ed esaltato quando il lavoro iniziava a dare i suoi frutti. E ora lo porterà con sé in panchina, con l'obiettivo dichiarato di fargli giocare uno scampolo di partita.

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Dennis Bergkamp, forgiato dalla Kade

«Dennis! Sali che è tardi!» Sono più di dieci minuti che la signora Tonny si affaccia a più riprese alla finestra, nel vano tentativo di far comprendere al figlio il semplice concetto secondo cui, quando è pronta la cena, devi lasciar perdere il pallone e tornare a casa. «Dennis, forza andiamo!». Ci riprova, senza tuttavia farsi prendere dalla collera. D'altronde, con il piccolo non ce n'è bisogno. È bravo Dennis. Educato, gentile, rispettoso e ubbidiente, ma quando ha la sfera tra i piedi si isola in un mondo tutto suo, all'interno del quale consente l'ingresso solamente a Wim Jr., Ronald e Marcel, i suoi fratelli maggiori. Nessun problema comportamentale, stiamo pure tranquilli, anche se, quando passa giornate interne a prendere a pallonate il muro, qualche preoccupazione potrebbe sorgere. Una, dieci, cento volte. Di destro, di sinistro, ancora di destro e così via. Dice che è il suo allenamento personale, che gli serve per capire i tempi e i modi con cui il pallone rimbalza, per simulare situazioni di ricezione e passaggio. Certo, un po' inusuale per un bambino di appena otto anni, ma mamma Tonny guarda il piccolo e vede Wim, suo marito, un artigiano tuttofare con la mania per la perfezione. Sono sposati da anni, e Tonny ha imparato che per Wim non esiste il "ma" nel suo lavoro. Tutto deve essere perfetto. E Dennis ha ripreso totalmente da lui, non c'è da preoccuparsi. È solo l'ennesimo piccolo perfezionista in casa Bergkamp.

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