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Stan McPunklet Stadium (1° parte)

Quando iniziò il processo a Stan McPunklet, una folla proletaria e schiamazzante stava schiacciata lungo le transenne del palazzo di giustizia. Sputava la propria rabbia contro un imponente cordone di polizia che la separava dal tribunale. Così aveva deciso il giudice Reichman che presiedeva il processo, dopo che un gruppo di tifosi del Middeltown si era alzato in aula gridando: “Fottiti figlio di puttana!”, “Ridacci Stan!”, “Tua moglie è una gran vacca!”. E altre robe del genere. Perché c'era di mezzo la finale di coppa di lega fra due settimane, quella contro il Peackok. Stan McPunklet era basso, tarchiato, privo di collo e tozzo come un barile di gin. Ma tignoso a non finire. Facile alla rissa e a scazzottate nei pub, non era raro si presentasse il sabato in campo col viso incerottato e il polso fasciato stretto per celare una distorsione alla mano. Certo, a volte gli diceva male, come quella volta che s'era piazzato sotto il naso camuso di un energumeno sibilandogli sul mento “Dì a tua madre che l'ultima volta si è dimenticata di darmi il resto”. L'energumeno, bontà sua, era César Clayton, il peso massimo squalificato a vita dal ring per aver pestato l'arbitro nell'incontro per il titolo mondiale del '64.

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