Monthly Archives: luglio 2016

giannini
Giuseppe Giannini, il corso del vero amore

Nelle favole che ci leggevano da bambini, il Principe alla fine, in un modo o nell'altro, riusciva sempre ad avere la meglio: sconfiggeva il mostro cattivo che teneva prigioniera la Principessa, la liberava dall'incantesimo con un bacio e, infine, la sposava. Poi, con il passare degli anni, abbiamo imparato che le cose quasi mai vanno così, nel mondo reale: la vita ci ha insegnato che le storie d'amore terminano con la stessa facilità con la quale sono nate; senza un perché o un percome. Succede e basta. Forse perché non esistono Principesse come quelle che immaginavi a quattro anni, né draghi o orchi dalle cui grinfie trarle in salvo; perché non cavalchi un cavallo bianco e non puoi contare sull'aiuto di un Mago. Eppure qualcosa rimane, al termine di una storia d'amore: il magone, forse, oppure il rimpianto; magari il rancore, o la semplice consapevolezza che, pur con tutti gli sforzi, non sarebbe potuta andare diversamente. Nella favola che andiamo a raccontarvi, ad esempio, il finale lascia l'amaro in bocca e gli occhi pieni di lacrime, e forse è proprio questo che la rende così bella.

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Lorenzo Latini / 0
bergkamp
Assurdo nerazzurro

Tra il 1993 e il 1995, Dennis Bergkamp è l'uomo sbagliato nella squadra sbagliata, e perdipiù nel campionato sbagliato. In quel periodo il calcio italiano danza sul filo dell'incertezza tattica, compresso tra due ipotesi di futuro diametralmente opposte. Da un lato il catenaccio, dall'altra i segnali di quello che per qualche anno è stato interpretato come un cambiamento imminente: il Milan di Sacchi, il Bologna di Maifredi e il passaggio di quest'ultimo alla Juventus, il Foggia di Zeman, che con il suo 4-3-3 spregiudicato ha sfiorato per due volte la qualificazione in Coppa Uefa. Poi però, Sacchi ha lasciato il posto a Capello, decisamente più pragmatico del suo predecessore, mentre la Juventus si è disfatta in un battibaleno di Maifredi, rifugiandosi nelle calde certezze del catenaccio offerto da Trapattoni.

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Carlo Perigli / 0
Socrates
Il testamento di Sócrates

Per fare arte devi dare le spalle alla vita. Non ti puoi accontentare di fare come tutti, di essere come tutti. Non ti puoi compiacere nel percorrere una linea retta, senza incroci, senza brusche virate, senza momenti di incertezze nel decidere quale strada intraprendere. Non puoi correre pensando che l’obiettivo da raggiungere sia sempre di fronte a te. A volte è di lato, altre volte è in alto. Molto spesso è alle tue spalle e non te ne accorgi perché non lo vedi. Ma non serve vederlo. Basta sentirlo. Lungo la schiena, come un brivido di qualcosa che sta per accadere. Per andare da A a B, ti hanno già insegnato, c’è un’unica via logica, la più veloce. Non percorrerla. La via più veloce è banale, è scontata, è soporifera.

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Claudia Moretta / 0
best
«Corri, Georgie, corri»

«Corri, George, corri. Devi saltarli, schivarli, dribblarli, forse persino passare loro attraverso: l'importante è che tu abbia la forza di superare questo muro portoghese e di andare in porta. Fallo per te, per me, per Bobby (anche se non vi sopportate...), ma soprattutto fallo per i ragazzi del '58. Loro sono morti sognando di essere dove sei tu adesso, Georgie: quindi niente cazzate delle tue, per favore. Mostra una volta per tutte al mondo per quale dannato motivo ti ho voluto a tutti i costi allo United!».

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Lorenzo Latini / 0
roy essandoh
Roy Essandoh, l’uomo venuto dal televideo

Nick Hornby, in quello che a nostro avviso è il suo miglior libro, Fever Pitch, o Febbre a 90°, nel capitolo conclusivo svela una grande verità sul perché il calcio riesca a piacere così tanto, a prescindere dalla categoria. E si riferisce non solo al guardarlo, ma anche al giocarlo, il martedì con gli amici, in un campetto di periferia. Il segreto, secondo lui, è che chiunque con un po’ di destrezza e un po’ di fortuna, può riuscire a fare una cosa incredibilmente bella o importante, a prescindere dalla sua bravura. Questa è la storia di un uomo che un giorno, un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ perché fu anche bravo, entrò nella leggenda della FA Cup.

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Gianni Galleri / 1
bergkamp
È bello vederti, schaduwspits

«È bello vederti». La storia, o almeno quella parte che infiamma gli appassionati e riempie gli almanacchi, inizia con queste tre semplici parole. È il 14 dicembre 1986, in programma al De Meer c'è Ajax-Roda. Dennis si sta recando allo stadio in macchina, seduto sul sedile posteriore. Alla guida c'è papà Wim, emozionato come non mai, mentre mamma Tonny è al suo fianco, e per nulla al mondo si perderebbe l'esordio da professionista del figlio. Certo, lo avrebbe preferito ginnasta, come lei da giovane, ma prima o poi bisogna anche accettare la realtà, che tutto sommato non è poi così male. L'ascesa di Bergkamp è stata voluta e guidata da Cruyff in persona. Lo ha scrutato a lungo, ne ha esaltato i pregi e limato i difetti. Lo ha bastonato quando ce n'era bisogno, fino a "retrocederlo" di un gradino nelle giovanili per motivarlo, ed esaltato quando il lavoro iniziava a dare i suoi frutti. E ora lo porterà con sé in panchina, con l'obiettivo dichiarato di fargli giocare uno scampolo di partita.

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Carlo Perigli / 0
jimmy glass
Jimmy Glass, eroe per un giorno

Tutto avrebbe potuto immaginare, Jimmy Glass, tranne di poter essere definito un eroe. Certo, come molti, anche lui covava questo sogno fin da piccolo, quando, inseguendo i miti dei più grandi attaccanti inglesi, si era avvicinato al calcio nelle partitelle tra amici. Crescendo era riuscito anche ad entrare nel sistema del calcio professionistico, ma con una sostanziale differenza: più che l'uomo che realizza i gol, lui si era trasformato in colui che cerca di evitarli. Portiere, a un certo punto della sua vita si era scoperto portiere, forse anche per via del fisico notevole che aveva sviluppato nel corso di un'adolescenza spesa nelle giovanili del Chelsea, prima, e del Crystal Palace, poi. Aveva dimostrato anche di avere qualità sufficienti per fare del calcio la sua professione, anche se non abbastanza affinate per potersi imporre ad alti livelli. Forse per questo il Crystal Palace, dopo esserselo portato in panchina per alcune occasioni, e averlo testato in numerosi prestiti poco fortunati, alla fine lo aveva scaricato nell'estate del 1996, ritenendo di poterne fare tranquillamente a meno.

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Simone Cola / 2
Dennis Bergkamp, forgiato dalla Kade

«Dennis! Sali che è tardi!» Sono più di dieci minuti che la signora Tonny si affaccia a più riprese alla finestra, nel vano tentativo di far comprendere al figlio il semplice concetto secondo cui, quando è pronta la cena, devi lasciar perdere il pallone e tornare a casa. «Dennis, forza andiamo!». Ci riprova, senza tuttavia farsi prendere dalla collera. D'altronde, con il piccolo non ce n'è bisogno. È bravo Dennis. Educato, gentile, rispettoso e ubbidiente, ma quando ha la sfera tra i piedi si isola in un mondo tutto suo, all'interno del quale consente l'ingresso solamente a Wim Jr., Ronald e Marcel, i suoi fratelli maggiori. Nessun problema comportamentale, stiamo pure tranquilli, anche se, quando passa giornate interne a prendere a pallonate il muro, qualche preoccupazione potrebbe sorgere. Una, dieci, cento volte. Di destro, di sinistro, ancora di destro e così via. Dice che è il suo allenamento personale, che gli serve per capire i tempi e i modi con cui il pallone rimbalza, per simulare situazioni di ricezione e passaggio. Certo, un po' inusuale per un bambino di appena otto anni, ma mamma Tonny guarda il piccolo e vede Wim, suo marito, un artigiano tuttofare con la mania per la perfezione. Sono sposati da anni, e Tonny ha imparato che per Wim non esiste il "ma" nel suo lavoro. Tutto deve essere perfetto. E Dennis ha ripreso totalmente da lui, non c'è da preoccuparsi. È solo l'ennesimo piccolo perfezionista in casa Bergkamp.

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Carlo Perigli / 0