Monthly Archives: maggio 2016

romario
Romario, i tre atti del malandro

L'atmosfera è tesa. Bobby Robson utilizza il tono solenne delle grandi occasioni, mentre Frank Arnesen traduce dall'inglese allo spagnolo. In quella stanza, a ridosso del campo di allenamento del Psv Eindhoven, nessuno parla portoghese, e il brasiliano con le lingue straniere non ha mai avuto un grande feeling. Un po' come con tutte le cose che richiedessero un minimo di impegno. «Romario - esordisce Robson - la devi smettere di andartene dal campo di allenamento, e sopratutto devi metterti in testa che il venerdì sera non puoi uscire». È l'ennesimo incontro tra i due, conviventi sotto lo stesso tetto ma abitanti di due mondi completamente agli antipodi.

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Carlo Perigli / 0
Di Bartolomei
Un pizzico immaginario

Un pizzico. Una sorta di puntura alla bocca. Quella notte un leggero bruciore sveglia Ago di soprassalto, proprio mentre si immagina su uno splendido e verdissimo campo di calcio. A passargli una mano sulle labbra e fargli provare quel fastidio è stato il suo amico di sempre. Le labbra di Ago diventano a un tratto appiccicose. Fanno fatica ad aprirsi completamente. Prova a strillare: nulla, restano serrate. A parlare: un pochino gli riesce. A sussurrare: sì, gli riesce ancora bene.

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Claudia Moretta / 0
football is coming home
Il calcio torna a casa, finalmente

Ci sono libri che hanno segnato in maniera indelebile e inevitabile il nostro rapporto con il calcio inglese. Penso a Febbre a 90° di Nick Hornby, oppure a Il Maledetto United di David Peace. Per rimanere invece nei confini italiani e parlare di penne del nostro Paese, chiunque si appassioni al calcio inglese, prima o poi cerca di entrare in possesso de Le Reti di Wembley di Roberto Gotta. Spesso invano. Questo breve preambolo mi serve per introdurvi uno dei misteri più torbidi misteri intorno all’editoria sportiva di tema “english football” e cioè: perché Football is coming home di Luca Manes è passato quasi sotto silenzio e non gode affatto della notorietà, se non dei primi due, almeno del terzo esempio portato poc'anzi.

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Gianni Galleri / 0
law adam
Law Adam, ultimo doppio passo in Indonesia

«Un altro, ne vogliamo vedere un altro!». Il pubblico di Surabaja si agita e grida, invoca un altro colpo del suo idolo, vuole nuovamente strofinarsi gli occhi di fronte a quella maledetta diavoleria. In campo, in quelle che di lì a poco smetteranno di chiamarsi Indie Orientali Olandesi, per prendere il nome di Indonesia, il 15 maggio del 1941 c'è solo un'amichevole tra Thor e Anasher, due squadre locali, ma il pubblico giunto per vedere la partita è quello delle grandi occasioni. Ma non c'è da stupirsi, d'altronde il calcio rappresenta uno svago importante in tempi che iniziano a farsi complicati. Dicono che la guerra, che già da qualche anno sta devastando l'Europa, si stia per estendere anche nel Pacifico. Quel che ancora non sanno però, è che la loro città diventerà il luogo chiave della lotta per l'indipendenza indonesiana. "Kota Pahlawan - la città degli eroi" - questo il soprannome che potrà sfoggiare quando il colonialismo verrà sconfitto.

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Simone Cola / 2
Brady
Liam Brady, il rigore dell’addio

Undici metri. Undici metri e quindici minuti, le coordinate spazio-temporali che delineano lo scenario in cui si muove Liam Brady. Sarà lui, il numero 10 bianconero, a calciare il rigore decretato dall'arbitro Pieri di Genova, intorno al quale si inizia a diradare il capannello di proteste inscenato dai giocatori del Catanzaro. Manca un quarto d'ora alla fine del campionato, e, con la Fiorentina ferma a Cagliari sullo zero a zero, il suo tiro potrebbe essere decisivo. Se la palla entra, con ogni probabilità a Torino partiranno i caroselli per il ventesimo scudetto. La seconda stella, portata in dono alla Vecchia Signora da quel condottiero silenzioso, professionista esemplare e "geometra" impagabile, arrivato in Italia in punta di piedi e con lo stesso stile pronto ad andarsene.

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Carlo Perigli / 0
recoba
Alvaro Recoba, l’amore a distanza

Quest’amore è diverso. Quest’amore si nutre di distanza, di contemplazione, di sospiri, di vento e di attesa. Álvarola guarda. Costantemente. Mentre è sui banchi di scuola, il suo sguardo è rivolto a lei. La osserva, la studia nei suoi minimi particolari. Potrebbe ridisegnare millimetro per millimetro le sue linee, i suoi angoli e le sue morbidezze. Potrebbe scrivere uno a uno i nomi di chi le è passato accanto, chi l’ha sfiorata, chi ha giocato con lei, chi ha riso o pianto al suo fianco.

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Claudia Moretta / 0
saint-etienne
Benvenuti nell’inferno verde

Benvenuti, fatevi pure avanti senza timore alcuno, l'inferno verde vi attende. Un breve giro nella Belle Èpoque del calcio francese, alla scoperta di chi, ben prima di sceicchi miliardari e rockstar svedesi, portò la scuola transalpina al punto più alto della sua lunga storia. Immagino ve lo starete chiedendo, cos'ha questo posto di tanto infernale? Vedete cari amici, questo è il Geouffroy-Guichard, lo storico stadio del Saint-Etienne, un luogo maledetto per chiunque fosse tanto coraggioso da varcarne la soglia, una fortezza rimasta inespugnata dal 24 marzo 1973 al 19 agosto 1977. Un mito, senza dubbio, costruito dai peccati dei suoi protagonisti. Personaggi brillanti, poeti maledetti di un calcio dal quale non sono riusciti a ottenere i frutti tanto sperati. Per questo ora sono qui, in eterno dannati a vivere un progetto che non li porterà mai nell'olimpo del calcio. Capite ora? Allora prego, addentriamoci assieme alla scoperta di uno dei più attraenti miracoli mancati mai offerti da questo splendido gioco.

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Carlo Perigli / 0