Monthly Archives: marzo 2016

belgrado
Belgrado 1999, un calcio alla guerra

La sveglia è all'alba. La squadra si raduna e insieme si va all'aeroporto di Atene-Eleftherios Venizelos. I sorrisi a favore di telecamera e gli sguardi solo all'apparenza distesi nascondono un'ingente carica di tensione. Alle porte per i giocatori dell'Aek Atene non c'è una partita di cartello, né un'importante sfida europea che deciderà la stagione dei gialloneri. Anzi, il campionato in Grecia è fermo per la Pasqua ortodossa, di solito un'occasione che i giocatori sfruttano per stare con le proprie famiglie, per staccare la spina per qualche giorno. Ma la posta in palio questa volta è troppo alta per restare a casa, e così, quando ai giocatori è stato chiesto di partire, nessuno si è tirato indietro. Insieme a loro si metteranno in viaggio anche i dirigenti del club e una folta rappresentanza del tifo organizzato, che ha deciso di seguire la squadra in una partita dall'immenso valore simbolico. Ci siamo. Belgrado, stiamo arrivando.

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Carlo Perigli / 0
cruijff
La parte migliore degli anni settanta

"È morto Johan Cruijff". Me l'ha detto un collega, nel primo pomeriggio, come un rimbalzo sordo tra la noia e i tramezzi. "Era forte, vero?", è stato il suo secondo segnalibro. Lui ha dieci anni più di me, e anche se non coltiva la mia stessa passione per ciò che odora di canfora ed erba, sono convinto esistano veroniche, dribbling e palloni che ognuno dovrebbe conoscere a memoria. Come i sette re di Roma. O l'Adidas Telstar, il pallone dei mondiali del 1974.

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Carlo Perigli / 1
Ezio Vendrame
Ezio Vendrame, il poeta nella scatola nera

Una scatola nera. Ezio vive lì. In alto, in basso, a destra o a sinistra: ovunque si volti vede solo buio. Non c’è luce che riesca a filtrare, gioia che oltrepassi lo spessore di quei sei lati. Lì dentro può solo essere “un bravo bambino”, quello che è educato, corretto, giusto. Quello che si comporta come deve, che non esce dal tracciato. Che è come tutti. Ma Ezio come tutti non lo è. Quel che ha con lui, nella scatola, è un pallone. Rotto, sporco e sgonfio. Con tutta la forza che ha lo calcia e butta giù uno alla volta i lati del cubo che lo imprigiona. Un colpo di testa e subito la luce squarcia il suo quotidiano. C’è un campo di calcio che lo attende, i cori dei tifosi, i dribbling, i gol e le giocate da campione. C’è un passaggio sotto le gambe di un campione, la gioia e il pentimento. C’è la rincorsa verso la sua porta e un cuore che cede. Ci sono i soldi e un gol dalla bandierina.

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Claudia Moretta / 0
d'souza
Neville D’Souza, la primavera indiana del 1956

Eppure, quando la sua figura era apparsa per le strade Melbourne, il primo dicembre 1956 per una piccola gita turistica, nessuno gli aveva dato troppo peso. Anzi, all'inizio era stato scambiato per un non meglio identificato giocatore di hockey, con il fraintendimento che in pochi attimi aveva lasciato spazio all'ilarità, provocata da quella sua convinzione forse troppo candidamente esplicitata: "Vedrete, stasera batteremo l'Australia».

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Simone Cola / 0
st. albans
St. Albans City, la storia dell’albero che gli costò la promozione

Hertfordshire, estate 1993. Piove, ma non è una novità da queste parti. Siamo in un pub, uno di quelli scuri, fumosi che puzzano di sigarette e di birre cadute a terra. Sta iniziando a fare buio. Ci sono quattro persone intorno a un tavolo, sono tutti in là con gli anni. Il più giovane ha visto 58 primavere, il più vecchio 77. Continuano a controllare l’orologio e cercano di limitare il numero di birre. Ma siamo già alla quarta. Ognuno ha il suo modo di ingannare l’attesa. Chi strappa piccoli pezzi di carta dai sottobicchieri, chi fa ondeggiare la birra nel boccale. Uno parlotta quasi da solo. L’ultimo si tortura un orecchio che ormai è diventato paonazzo. Una lunga fila di avventori si avvicina e chiede loro se si sa qualcosa. Ormai non rispondono più, scuotono solo la testa. Poi all’improvviso entra Bernard Tominey, il presidente, e anche la televisione per un attimo sembra ammutolirsi.

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Gianni Galleri / 0
vilfort
L’eco di una vittoria e di una sconfitta

La prima partita è trasmessa in televisione e Line è lì davanti, in prima fila. Strilla forte il suo nome, lo incita, lo applaude e lo incoraggia in ogni azione. La sera lo chiama. «Ho sentito il tuo tifo, Line» «Ma papà, mi prendi in giro? Siamo troppo distanti» «Hai mai sentito parlare dell’eco?» «No papà, cos’è?» «Quando lanci la palla contro il muro quella ti torna indietro e comincia a rimbalzare ovunque, hai rotto anche la lampada della mamma così. Alla voce succede la stessa cosa: se strilli e quella va a sbattere contro qualcosa torna indietro e comincia a rimbalzare. Rimbalzando, rimbalzando è arrivata fino a me. Domani se strillerai più forte ti sentirò meglio».

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Claudia Moretta / 0
Panenka
La guerra di Panenka

E così siamo arrivati all'ultimo rigore. La corazzata tedesca ha subito e sofferto il doppio svantaggio, ma alla fine è riuscita a rimontare. Due a due, con la finale degli Europei del 1976 che, per la prima volta nella storia, verrà decisa ai calci di rigore. I cecoslovacchi, autentica rivelazione del torneo, li hanno messi dentro tutti, mentre la Germania Ovest è stata "tradita" da Ulf Hoeness, che ha spedito il pallone alto. Tuttavia, sarebbe ingiusto attribuire la colpa di questa sgradevole situazione al numero otto della compagine teutonica. Semmai, a sbagliare fu la Nazionale tedesca tutta. Troppo sicura di sè, dei suoi mezzi, del titolo mondiale vinto due anni prima e di quello europeo del 1972.

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Carlo Perigli / 0
panionios
Senza mai voltarsi indietro, la grande e triste storia del Panionios

«Orfeo commise l’errore di girare la testa in cerca degli occhi della sua amata Euridice. Così la condannò agli inferi ma si inflisse anche e soprattutto l’eterno castigo di non poter più amare nessuno. Quando fummo costretti a lasciare Smirne, diretti verso la Grecia, non facemmo lo stesso errore, mai ci voltammo verso la Ionia. Guardammo avanti e decidemmo che là, ad Atene, sarebbe sorta la nostra nuova casa. E lì avremmo ricominciato ad amare.

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Gianni Galleri / 0
Garrincha
Garrincha, la corsa di una gamba a raggiungere l’altra

La corsa di una gamba a raggiungere l'altra «Gol». Anzi «Goll». Insegue la palla, fa centro e grida: «Goll». Da mattina a sera, la palla sbatte contro il muro ed entra nella porta del garage del nonno. «Goll», e tutti restano incantati dalla luce del suo sguardo. Tre anni appena, la maglia gialla del Brasile sempre sulle spalle, ricci fitti e neri e occhi verdi. Manoel non fa altro tutto il giorno. Colpisce, rincorre, dribbla e segna. Segna sempre. L’unica parola che dice, non la dice nemmeno bene. Una G, una O e due L. Quella L di troppo che è la disperazione della mamma ma non del nonno.

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Claudia Moretta / 0