Monthly Archives: febbraio 2016

heleno de freitas
Heleno de Freitas, maledetto fu il Mondiale del 1958

Le scorribande di Garrincha, le invenzioni di Didì, e poi i gol, cinque, firmati da Pelè, Vavà e Zagallo. Alle ore 13 del 29 giugno 1958 il Brasile scende in strada per festeggiare la conquista della prima Coppa Rimet, ponendo così fine a quasi trent'anni di snervante attesa. Una vittoria roboante, che umilia la Svezia del Gren-No-Li e mostra al mondo la spumeggiante bellezza del futbòl carioca. Eppure, sembrerà strano, ma per qualcuno in Brasile il triplice fischio dell'arbitro rappresenta l'atto finale di un'inaspettata tragedia. Lo sguardo fissa lo schermo, i pugni sbattono violentemente sul tavolo, mentre una lacrima abbandona quegli occhi furiosi per solcare lentamente un viso contratto dall'ira. Dalla casa di cura per malati terminali di Barbacena, Heleno de Freitas vive il giorno più brutto di una vita che troppo presto gli ha voltato le spalle.

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Simone Cola / 0
meroni
Gigi Meroni, il quadro di una vita

«Sai chi è Gigi Meroni?» «No» «Allora siediti, ti disegnerò la sua storia». Una tela lunga e stretta, completamente bianca. Colori e pennelli. Il primo disegno è un rettangolo verde, il campetto da calcio. Qui non c’è precisione, non c’è tattica, non c’è schema. L’unica cosa che conta è il dribbling. Chi lo sa fare bene è il migliore della compagnia. Se sfiori quel rettangolo verde, senti le grida dei bambini che incitano, urlano, litigano. Vedi le ginocchia sbucciate e le mamme che strillano dal balcone quando è pronta la cena.

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Claudia Moretta / 0
riquelme
Juan Román Riquelme, vettura numero Diez

Se non avesse fatto il calciatore, secondo me Juan Román Riquelme sarebbe stato un autista. Un ottimo autista, se non il migliore, di certo quello che avrei scelto per fare un viaggio. E dire che i suoi genitori, quando nell'estate del 1978 venne al mondo, avevano tutt'altri piani. La madre non aveva dubbi, avrebbe fatto in modo che il nome di suo figlio richiamasse quello di J.R., affascinante - almeno per milioni di donne - personaggio lanciato da una popolare soap opera statunitense, che proprio in quel periodo esordiva nei teleschermi di tutto il mondo. Lingua tagliente e ambizione da vendere, per tredici lunghi anni il cattivo di Dallas ha ipnotizzato un pubblico sconfinato, che giorno dopo giorno restava ammaliato di fronte al tubo catodico. La signora Riquelme, forse, cattiveria cinematografica a parte, lo avrebbe voluto così: un protagonista a suo modo, un personaggio complesso e affascinante, dal quale, che ti fosse piaciuto o meno, presto o tardi non saresti riuscito a staccare gli occhi. Anche Ernesto, il signor Riquelme, aveva progettato accuratamente i suoi piani in vista dell'arrivo del piccolo Juan Román.

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Carlo Perigli / 0
paul gascoigne
«Scusa Paul, posso farti una domanda?»

A vicenda ci reggiamo la testa, vomitiamo e poi ricominciamo a bere. Ce lo siamo promessi. Era inizio serata, ne prenderemo una memorabile. Tu ricordi come abbiamo inziato? Birra, poi rum, poi gin, poi birra, poi rum, poi gin e poi non riesco a ricordarmelo. Siamo qua seduti. Il pub, lo White Lion di Folkestone, ci ha sbattuto fuori. Il barman aveva capito tutto fin dall'inizio: per lui saremmo stati solo un problema. Non ha neanche fatto finta di essere felice che tu fossi nel suo locale. Certo, se avessi evitato di urlargli, ogni volta che si voltava, «Fottuto Gooner», questo ci avrebbe aiutato. Ma non fa niente. Una notte da ricordarsi tutta la vita.

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Gianni Galleri / 0
sekularac
La notte in cui parlai con Sekularac

Stanotte ho parlato con Sekularac. L’ho incontrato per caso, in una fredda mattina belgradese, nel cuore del parco Tasmajdan. Non c’è da stupirsi, ci sono stati anni in cui era solito trovarsi là. Calcio d’estate e hockey d’inverno, quando la capitale serba resta assopita per via della neve. La domanda, semmai, è cosa ci facessi io a Belgrado, a subire il vento sferzante che senza sosta percorre le strette vie che da Trg Republike portano alla Chiesa di San Marco. Probabilmente chi vive qui non se ne accorge, ma il freddo belgradese ti entra nelle ossa, un po’ come quella dolce malinconia che il cielo bianco sparge sulla città. Le ho provate entrambe tutte le volte che sono stato a Belgrado. Quattro in tutto, sempre lo stesso giorno, sempre negli stessi posti. Quest’anno no, quest’anno ho deciso di non partire. Ho pensato che altrimenti rischierebbe di diventare un’abitudine, e la prima regola da rispettare quando tieni a qualcosa è fare in modo che non lo diventi. Mai.

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Carlo Perigli / 0
Dwight Yorke
Dwight Yorke, tutto ha inizio in un cestino

David Platt sorride e scuote la testa. Nonostante i trofei vinti e le medaglie conquistate, nella sua testa l'immagine di Dwight Yorke resta legata a quel folle spettacolino che l'attaccante trinidadiano inscenava nel corso dei suoi primi allenamenti con l'Aston Villa. «Giochetti stupidi», pensava l'allora capitano dei Villains, incuriosito dall'allegria con cui quel giovane talento caraibico restava da una parte, mentre in piedi dentro ad un cestino teneva il pallone in equilibrio con la testa. Palleggiava, lo faceva rotolare sulla fronte, lo baciava e lo rimandava indietro. Una, due, tre, decine di volte.

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Carlo Perigli / 0
hase
Hase, il Sarajevo e la fine della Jugoslavia

Maggio 1967 Cara madre, non crederete mai a quello che sto per raccontarvi. Oggi papà ha deciso di farmi una sorpresa e mi ha portato a vedere la partita. Io ormai non potevo più crederci. Ti ricordi quante volte gliel’ho chiesto prima che tu te ne andassi? E lui ogni volta mi diceva di no. Diceva che non poteva lasciarti sola. E tu dal letto insistevi perché mi portasse allo stadio Kosevo a vedere il Sarajevo. Te lo ricordi madre? Adesso papà mi ha detto che sei partita, e che tornerai fra molto tempo e che sarei dovuto essere forte. Io gliel’ho detto subito, adesso che la mamma non c’è, possiamo andarci allo stadio. Ma lui è diventato tutto triste e se n’è andato. Aveva gli occhi rossi. Madre, perché papà si era arrabbiato? Ma non pensiamoci più. Madre voglio raccontarti cosa è successo oggi allo stadio Kosevo.

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Gianni Galleri / 0
batistuta
«Noi ci s’ha Batistuta»

C'è stato un tempo, a cavallo degli anni '90, in cui Firenze vantava la residenza del più forte attaccante del mondo. E non era certo un'eresia, anzi, perchè a sentire quella frase nessuno rideva, nessuno si scandalizzava, tutti, dal primo all'ultimo avversario, avevano paura di quell'incredibile attaccante portato in riva all'Arno da Mario Cecchi Gori, l'uomo che intendeva rifare grande la Fiorentina. E non si dia troppo peso a quella leggenda, che da decenni ormai lo disegna come uno sprovveduto aggregato quasi per caso a Diego Latorre, talentuoso argentino che con la casacca viola non si vedrà praticamente mai: anzi, si ricordi a questi cantori del nulla che Gabriel Batistuta prima di arrivare a Firenze era stato capocannoniere della Copa América, e, anche se dalle parti di Ponte Vecchio tutti temevano un Dertycia-bis, sarebbe assurdo dire che su di lui non ci fossero aspettative.

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Simone Cola / 0