Storie del Boskov

“Sono così le storie del calcio:
risate e pianti, pene ed esaltazioni.”
(Osvaldo Soriano)
Giu 14, 2017author: Claudia Moretta

Un tulipano in due

Solo arancio. A perdita d’occhio. E solo profumo. Così intenso da penetrare in ogni piccola fessura della più piccola casa del più lontano paese. Il campo di tulipani che ho davanti agli occhi è così: perfetto, preciso, esatto

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Giu 04, 2017author: Carlo Perigli

Robert Pires, amore senza rancore

«Robert Pires! Robert Pires! Robert Pires!» La sera del 7 aprile 2009 l'Emirates Stadium non sembra conoscere altri nomi. Prima, durante e dopo la partita di Champions League, quell'urlo esplode a cadenza regolare dalla bocca di ogni singolo tifoso dell'Arsenal, che lo grida al cielo con tutta la passione che ha in corpo. Robert Pires ascolta, si guarda intorno e accenna un sorriso, con le emozioni che danzano a metà tra il finto distacco e una malcelata commozione. D'altronde, in palio c'è l'accesso alla semi-finale di Champions League, e lo spazio per le emozioni non dovrebbe essere contemplato. Dovrebbe, si, perché stasera non si può parlare solo di calcio. Si parla di vita, e allora si, le gambe tremano davvero.

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Mag 14, 2017author: Lorenzo Latini

Die Sehnsucht des Lothars: ode a Matthäus

Il classico gioco dei luoghi comuni sui vari popoli ci porta a considerare i tedeschi come persone efficienti, quadrate, fredde; in una parola, serie. Niente di più sbagliato, come sempre quando si generalizza. Questa concezione del teutonico glaciale e quasi incapace di provare emozioni è infatti stata smentita più volte dalla storia e, soprattutto dall’arte. Basti pensare al movimento letterario dello “Sturm und Drang” (“Tempesta e impeto”), sorto nella seconda metà del ‘700, e poi sfociato nel Romanticismo. La rivalutazione dell’irrazionalità, del sentimento e più in generale della dirompente forza emotiva dell’interiorità è riconducibile ad una parola centrale nel movimento romantico, in Germania come nel resto del mondo: Sehnsucht.

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Mag 08, 2017author: Gianni Galleri

La “Maravilla” del Santiago Bernabeu

Mi chiedevi: “che cosa continua, quando agli uomini tocca di andare?” ecco, adesso avrei la risposta: si continua ad amare. [Gigi Meroni - Filippo Andreani] Tutto finisce sulla strada per Mérida, ancora nei pressi di Toledo. Sono passati 25 anni da quel giorno. Stavi tornando da Madrid, dove avevi appena visto il tuo Real Madrid battere il Torino nell’andata della semifinale della Coppa Uefa del ‘92. Era il 2 aprile, e quello scherzo, fatto con un giorno di ritardo, ammutolì un popolo, il tuo.

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Apr 30, 2017author: Carlo Perigli

Industriale, socialista, jugoslavo: il calcio secondo Tomislav Ivic

Le mani a coprire il volto, la testa leggermente chinata in avanti mentre il corpo resta fermo, con le gambe unite. Dietro di lui, Vujovic cede alla disperazione e si piega sul terreno con la testa che sembra volersi immergere nel prato verde. È probabilmente questa la foto più famosa di Tomislav Ivic, scattata il pomeriggio del 4 maggio 1980, pochi secondi dopo l’annuncio della morte del maresciallo Tito. La disperazione, quella di Ivic, dello stadio e di un Paese intero, segna la fine di un’epoca, preparando, pur senza esserne a conoscenza, la strada verso il disfacimento dell’intera Jugoslavia. Ma quella sera, così vicina alla fine della stagione calcistica, segna anche la fine dell’avventura di Tomislav Ivic nella sua Spalato, la conclusione del periodo più brillante mai vissuto nella storia dell’Hajduk, quando tra lo Stari Plac e il Poljud si portava in scena il "calcio industriale".

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Apr 26, 2017author: Lorenzo Latini

Quando un barbone mi raccontò la Saeta Rubia

Madrid, stazione di Puerta de Atocha Ottobre 2008 «Que lees?». Una voce roca e impastata mi desta all’improvviso dalla lettura che mi aveva isolato dal baccano e dal viavai tipico di una stazione ferroviaria. Sono seduto in prossimità della grande aiuola al centro di Puerta de Atocha, dove troneggiano palme ed altre piante tropicali che nell’entroterra spagnolo sono a dir poco fuori luogo, ma che lì – chissà come mai – sembrano perfettamente a loro agio. Volto la testa in direzione della voce e mi trovo di fronte un uomo con lunghi capelli grigi raccolti in una disordinata crocchia sulla nuca, che mi rivolge un sorriso pieno di buchi: avrà sì e no una decina di denti in bocca, puzza parecchio e ha gli occhi che sembrano coperti da un velo giallognolo.

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Apr 19, 2017author: Gianni Galleri

La fragola del Marakana

Enorme sventola, in mezzo ad altre cento, la bandiera con la fragola. Era da poco passata la metà di settembre, passeggiavamo insieme lungo una delle strade principali della città. Eravamo diretti verso il Marakana di Belgrado. C’era il sole, le macchine non correvano e sembrava che tutto nella capitale serba ruotasse intorno a noi. I caseggiati si susseguivano uno dopo l’altro, mostrando fieri la loro fede calcistica. C’è un’omogeneità che non ti aspetteresti e la percepisci dai murales: attraversi una strada e sono tutti bianchi e neri, fai duecento metri e diventano tutti bianchi e rossi. Ogni tanto qualche scarabocchio bianco e blu, ma più per deturpare che per segnare davvero un’appartenenza.

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Mar 26, 2017author: Carlo Perigli

Come Dennis Bergkamp, come Lorenzo, come ciascuno di noi

Amore, precariato, musica e calcio: non stiamo forse parlando in fondo della stessa cosa? Non condividono forse la passione, sia per necessità o per virtù, come minimo comune denominatore? In fondo, se ci pensiamo bene, sono proprio loro a scandire la quotidianità di molti di noi, tra delusioni ed esaltazioni. E proprio su queste quattro direttrici Lorenzo Latini ha deciso di strutturare “Come Dennis Bergkamp, o l’amore ai tempi del giornalismo sportivo precario”, raccontando in prima persone le avventure – più o meno autobiografiche – di un giovane giornalista che cerca di costruire passo dopo passo la propria vita.

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Mar 14, 2017author: Lorenzo Latini

Ruggiero Rizzitelli, quelle lacrime sono la Roma

A Roma di campioni ne abbiamo visti pochi, nel corso di questi novant’anni. Abbiamo visto, invece, molti mestieranti, per così dire: professionisti che non erano i Falcao, i Batistuta, i Totti e i Conti. Eppure li abbiamo amati. Non tutti, sia chiaro. Ma quelli che hanno dato l’anima per la maglia, quelli che si sono sempre battuti al di là delle loro doti tecniche, noi tifosi non li dimentichiamo. La Roma degli anni ’90 non è mai stata competitiva per lo Scudetto: il massimo che sia riuscita a fare è stata raggiungere una finale di Coppa UEFA e vincere una Coppa Italia. Anno domini – per entrambe – 1991.

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